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Stelle cadenti! Conte e Di Maio alla resa dei conti

Annalisa Cuzzocrea | La Stampa

“Questa volta non può finire a tarallucci e vino, questa volta andrò fino in fondo”, dice Giuseppe Conte. «Noi che eravamo al teatro Smeraldo quando tutto è cominciato, non lasceremo le chiavi del Movimento a chi non sa cosa sia», risponde Luigi Di Maio. È nelle frasi confidate ai fedelissimi, il senso della sfida che sta consumando i 5 stelle. La questione è semplice, a volerla guardare senza veli: Conte non si fida più di Di Maio. Di più «Non si tratta di idee in dissenso, ma di fatti oggetti – ha spiegato Conte ai suoi fedelissimi e anche ad alcuni esponenti del Pd – Luigi è andato davanti alle telecamere con i suoi uomini e le sue donne alle spalle come una corrente organizzata. Ha tenuto una serie di incontri con leader di partito, possibili candidati, mediatori, senza mai informare me. Senza mai parlarne con il capo politico». E quindi, dice, indietro non si torna. Le correnti da statuto non sono ammesse, il presidente valuterà come procedere. Andrà fino in fondo, ma può?

Di Maio è il ministro degli Esteri del governo Draghi: se venisse cacciato dal Movimento è molto difficile che il premier – da lui difeso strenuamente proprio nella partita del Quirinale – possa accettare di sostituirlo. I 5 stelle azzopperebbero la loro presenza nel governo e la leadership di Conte ne risulterebbe, allora, si, davvero indebolita. Sempre che i vertici non abbiano in mente proprio quello che il capo della Farnesina e i suoi dicono di temere da tempo: togliere l’appoggio all’esecutivo per acquisire una rendita elettorale stando all’opposizione. In questa chiave, avrebbe senso l’apertura dimostrata da Conte nei confronti di Alessandro Di Battista.

L’ex deputato, colui che un tempo definiva Di Maio “fratello”, si è “disiscritto” dal Movimento quando è nato il governo Draghi, ma ha continuato – ancora ieri nell’intervista al Fatto – a difendere l’ex premier attaccando invece proprio il ministro degli Esteri: «Luigi è interessato solo a mantenere il suo potere”, dice a tutti coloro che lo sentono in queste ore. Solo che Di Battista resta colui che ha definito l’alleanza strutturale con il Partito democratico «la morte nera». Su un fogliettino bianco spiegazzato – ricordo del conclave tenutosi a Bibbona quando nacque il governo giallo-rosso – accanto al suo nome, Alessandro, si legge: No. Aveva votato per non entrare. Anzi, racconta chi c’era, per tornare insieme alla Lega che in quel momento di panico post Papeete offriva la premiership a Di Maio e un ministero proprio a lui, di ritomo dal viaggio in Sudamerica.

Insomma, se davvero Conte vuole a bordo Di Battista per usare una delle sue metafore marittime preferite – è per andare dove? Lontano dal governo e dal Pd? Verso una campagna elettorale vecchio stile? È il sospetto di Di Maio, ma è anche quel che attorno al capo politico negano tutti. Da Paola TavernaStefano Patuanelli, da Alessandra Todde a Mario Turco, il coro unanime dice: «Noi vogliamo rafforzare l’azione di governo, altro che uscirne!». Per dire il clima, chi era ieri in Consiglio dei ministri ha raccontato che il ministro degli Esteri e quello dell’Agricoltura non si sono nemmeno guardati in faccia. Ne un cenno, ne un saluto. Non c’era mai stato un conflitto così plateale ed esibito dentro i 5 stelle. Ed è proprio questo che il presidente dice a tutti di non poter tollerare. Che ci sia qualcuno che contrasta apertamente la sua linea.

Quello che Conte e i suoi descrivono è un sabotaggio. Anche sul caso di Elisabetta Belloni, che il ministro degli Esteri ha detto di voler proteggere e che invece secondo i suoi detrattori sarebbe stato proprio lui a bruciare. «Giuseppe non aveva fatto il suo nome, aveva parlato solo di una donna, non c’era nessuna fuga in avanti!”, la difesa. Un po’ debole, visto è stato proprio Conte a chiamare Beppe Grillo ispirando il tweet: «Benvenuta signora Italia», col nome della direttrice del Dis come hashtag. E che non tiene conto di un fatto: c’era tra le altre forze una reale resistenza su quel nome, rischiava di non avere i voti in aula di tutta la maggioranza di governo. Non era il metodo che il fronte progressista si era dato.

Chi è vicino a Conte, ma conosce Di Maio da sempre, pensa che il ministro degli Esteri stia lavorando a un suo progetto con Giancarlo Giorgetti, i governatori leghisti, il sindaco di Venezia Brugnaro, magari perfino Matteo Renzi, e che stia cercando un pretesto per allontanarsi dai 5 stelle. Che voglia disegnare una sconfitta che non c’è per andare a cercare rivincite altrove. Un suo spazio, lontano da chi considera ne più ne meno che un usurpatore. Ma di contro chi è vicino a Di Maio – che oggi riunirà un po’ dei suo – ribatte: «Se lo scordano, non andiamo da nessuna parte». Il malumore, ancor più che verso Conte, è rivolto a quelli che vengono chiamati i suoi «viceré”. Accusati di aver pattugliato il Transatlantico «come la Gestapo». Di pretendere di dire ai capigruppo cosa devono fare. Di minacciare espulsioni che non possono portare a compimento.

I probiviri sono tre: Riccardo Fraccaro e Jacopo Berti, che a DÌ Maio devono tutto. E Fabiana Dadone, che quando si trattò di far nascere il governo Draghi si mise dalla parte del capo della Farnesina e non da quella di Conte. In più, sono in prorogatio e non agiscono da mesi, perché sul nuovo Statuto pende una causa a Napoli che potrebbe invalidarlo e qualunque loro azione sarebbe soggetta a richieste di risarcimento. Conte starebbe quindi cercando un altro modo di risolvere la questione, ma considera la frattura «insanabile».

Se questo possa preludere davvero a una scissione, si capirà nelle prossime settimane. Nessuno dei due schieramenti ha truppe folte e sicure. La maggior parte dei parlamentari M5S cerca di capire come assicurarsi un futuro e si muove essenzialmente in base a questo. Una delle ragioni che muove Di Maio, potrebbe essere proprio la volontà di avere voce in capitolo sulle prossime liste per le politiche, magari dopo un altro fallimento alle amministrative di maggio.

“Il sonno della ragione genera mostri», va dicendo in queste ore in Transatlantico l’ex viceministro dello Sviluppo Stefano Buffagni. Convinto che adesso non si possa far niente per placare la rissa, ma che presto arriverà il momento di ricostruire. Perché un’altra scissione, con i consensi già scesi così in basso, equivarrebbe alla fine di tutto.”

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