Nati per essere discriminati, le due Italie degli asili nido

Ma in Sicilia qualcosa sta cambiando, nel 2021 investiti oltre 30 milioni di euro per i servizi nella fascia 0-6 anni

(fonte openpolis.it) L’estensione della rete di asili nido sul territorio ha un valore strategico, per diverse ragioni. Estendere i servizi prima infanzia è strategico per il paese. La prima riguarda gli effetti educativi di lungo periodo di questo tipo di offerta formativa. È ormai acquisito nella letteratura come i primi 1.000 giorni di vita del bambino siano quelli più determinanti per il suo sviluppo successivo (Istituto degli Innocenti 2020). È proprio in questa fase infatti che si gettano le basi di tutti gli apprendimenti successivi.

In secondo luogo, il nido rappresenta anche una delle primissime occasioni di socialità per i minori al di fuori della famiglia di origine. Un’opportunità di crescita attraverso il gioco, a contatto con coetanei e educatori. 1,29 miliardi di euro, la spesa storica totale per gli asili nido di tutti i comuni delle regioni a statuto ordinario nel 2017.

Inoltre non va sottovalutato il ruolo che l’estensione dei servizi per la prima infanzia riveste nella conciliazione dei tempi familiari con quelli lavorativi. Ciò può rappresentare anche un forte supporto all’occupazione femminile: è infatti soprattutto sulle donne che, per stereotipi sociali, ricadono più spesso i compiti di cura del minore e le attività domestiche.

Motivazioni che portano a un’estensione progressiva della rete di asili nido. Un servizio che, rispetto ad altri, mostra una notevole disomogeneità sul territorio nazionale. Vediamo in cosa consistono tali divari e come tra gli scopi del sistema di federalismo fiscale – attraverso la recente introduzione degli obiettivi di servizio – vi sia la riduzione di queste disuguaglianze.

I tanti divari presenti nel paese

Nonostante il progressivo avvicinamento del nostro paese agli obiettivi europei in materia, l’offerta di servizi per la prima infanzia resta segnata da forti divari nella presenza e nell’intensità del servizio sul territorio. A fronte di una minoranza di regioni del centro-nord che ha raggiunto gli standard fissati a livello Ue, l’offerta è molto più carente nel mezzogiorno. Attraverso i dati raccolti da Sose per il federalismo fiscale è possibile ricostruire in modo ancora più approfondito i divari esistenti sul territorio, nelle regioni a statuto ordinario.

Per consultare tutti i dati sul federalismo fiscale Vai su OpenCivitas.

Il primo elemento che emerge è la differenza in termini di diffusione. Se si considera la quota di utenti del servizio offerto dal comune (attraverso strutture proprie, posti in convenzione o voucher) sul totale dei residenti tra 0 e 2 anni, spicca il divario tra centro-nord e mezzogiorno.

Se nei comuni toscani ed emiliano-romagnoli (in media) l’offerta comunale copre oltre il 20% dei minori, in quelli del sud la quota si ferma al 5%. E per gli enti di Campania e Calabria la quota media si attesta anche sotto questa soglia. Un’ulteriore faglia è quella tra i comuni maggiori (dove il servizio è solitamente più strutturato) e i piccoli centri. Sotto i 3.000 abitanti la copertura comunale – in media – non arriva al 10%. 8% gli utenti del servizio nido comunale sui residenti con meno di 3 anni nei comuni tra duemila e tremila abitanti.

Grandi differenze anche nelle modalità di erogazione del servizio.

A variare sul territorio sono anche le modalità con cui il servizio viene erogato. In alcune regioni, come Calabria, Marche e Basilicata, in media oltre il 50% degli utenti del servizio comunale lo frequenta in gestione esterna, cioè in nidi a gestione privata, con riserva di posti in convenzione. Mentre in Piemonte e in Liguria sono meno del 20%. Nei comuni di questi due territori, così come in Molise, Puglia, Lombardia, Veneto e Campania, una quota superiore alla media italiana delle regioni a statuto ordinario accede al servizio attraverso voucher.

Altro elemento dirimente nell’erogazione del servizio è la quota di utenti che usufruiscono della refezione. Una modalità più diffusa nei comuni del centro Italia e del nord est (dove si raggiunge una quota dell’80%), ma molto meno frequente nel mezzogiorno (la quota media è inferiore al 30%).

Questo quadro, che segnala gap molto ampi tra i comuni, è frutto anche di differenze stratificate nel tempoIn alcune aree del paese lo sviluppo della rete di asili nido e dei servizi per la prima infanzia è stato avviato decenni fa, con esperienze didattiche anche pionieristiche. In altre invece l’estensione dei servizi prima infanzia è stata storicamente limitata. La sfida dei prossimi anni per il federalismo fiscale sarà ridurre questi divari. Si tratta di differenze che non possono essere date per assodate. Per l’importanza di questo servizio nella crescita del bambino e nell’incentivo all’occupazione, l’estensione su tutto il territorio nazionale è un tema ineludibile.

Una priorità che ha reso necessaria l’introduzione di obiettivi di servizio su questo comparto e in generale una revisione metodologica dei fabbisogni standard, con l’obiettivo di colmare le attuali carenze dell’offerta.

La revisione metodologica dei fabbisogni standard

Il primo aspetto da citare è l’introduzione di obiettivi di servizio, stabiliti con la legge di bilancio per il 2021 sui servizi sociali e di asilo nido erogati dal comune.

Da un lato, sono state fissate delle soglie minime per fascia di popolazione. Questa operazione serve a stabilire le risorse da garantire ai comuni nel sistema di perequazione. Fissare un minimo per tutti i comuni italiani significa rafforzare un approccio già applicato a partire dal 2019. Con l’obiettivo di evitare che un ente si veda riconosciuto un “fabbisogno 0” solo perché non esistono asili nido sul suo territorio.

L’aggiornamento dei fabbisogni standard per il 2020 Consulta.

Dimensione del comuneValore minimoValore massimo
Fino a 5.000 abitanti7,69%28,88%
Tra 5.001 e 60.000 abitanti7,75%28,88%
Tra 60.001 e 100.000 abitanti7,81%28,88%
Tra 100.001 e 250.000 abitanti9,25%28,88%
Oltre 250.000 abitanti16,71%28,88%

In parallelo, è stato aumentato il fondo di solidarietà comunale per lo sviluppo dei servizi sociali e dei nidi. Un incremento che a regime vale 300 milioni di euro all’anno per l’estensione degli asili su tutto il territorio nazionale.

In questo quadro, il testo della legge di bilancio per il 2022 attualmente in discussione, prevede l’introduzione di alcune importanti novità sul tema. Si prevede di destinare ai comuni delle regioni a statuto ordinario, della Sicilia e della Sardegna le risorse finalizzate a incrementare il numero di posti disponibili negli asili nido, fino a raggiungere nel 2027 il livello minimo garantito del 33% di posti (incluso il servizio privato) per ciascun comune o bacino territoriale, in rapporto alla popolazione di età compresa tra i 3 e i 36 mesi.

In particolare, verrebbero destinate a questi enti, a valere sulle risorse del fondo di solidarietà comunale, 120 milioni di euro per l’anno 2022 (20 milioni in più rispetto alla legislazione vigente), 175 milioni di euro per l’anno 2023 (+25 milioni), 230 milioni di euro per l’anno 2024 (+ 30 milioni), 300 milioni di euro per l’anno 2025 (+50 milioni), 450 milioni di euro per l’anno 2026 (+150 milioni) e 1.100 milioni di euro annui a decorrere dall’anno 2027 (+800 milioni).

Con l’obiettivo di favorire la convergenza nell’erogazione del servizio, questi interventi possono essere considerati un primo passo verso l’introduzione dei Lep, i livelli essenziali delle prestazioni.Si tratta dei servizi essenziali che, essendo connessi a diritti civili e sociali, devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale. Dalla riforma del 2001 sono previsti dalla costituzione, che assegna allo stato il compito di definirli. Vai a “Che cosa sono i Lep, livelli essenziali delle prestazioni”

L’altra novità di quest’anno è stata l’aggiornamento metodologico dei fabbisogni standard per il servizio asilo nido. Da un lato, è stata allargata a più annualità (2013-18) la base dati su cui stimare i coefficienti. Tale modifica rende più affidabile la stima ma soprattutto consente, per un servizio in forte evoluzione, di cogliere nel tempo i cambiamenti gestionali e strutturali del servizio fornito dall’ente.

L’aggiornamento del 2021 è servito anche a caratterizzare meglio la tipologia di utenti, oltre ad altri aspetti come il costo del lavoro e la superficie delle strutture.

Nidi, la maggioranza dei comuni non raggiunge la spesa standard

Gli effetti dell’introduzione degli obiettivi di servizio, dell’incremento del Fsc e delle revisioni metodologiche saranno concretamente monitorabili solo nei prossimi anni.

La spesa storica supera quella standard in meno di un comune su 5.

Tuttavia già adesso, attraverso i dati relativi al 2017, possiamo ricostruire le differenze esistenti tra la spesa storica e quella standard dei comuni delle regioni ordinarie. L’82,4% dei comuni italiani ha una spesa storica inferiore a quella standard. Significa che la larghissima maggioranza degli enti spende meno di quanto ci si potrebbe attendere in base alle caratteristiche demografiche, sociali e territoriali. Un dato che può avere una lettura molteplicemaggiore efficienza nell’offerta di quei servizi, la scelta di dare priorità ad altre funzioni invece che ai nidi, oppure anche una mancanza delle risorse necessarie per incrementare la propria spesa e quindi garantire un livello di servizi adeguato. Cioè proprio la situazione su cui, nei prossimi anni, il sistema di federalismo fiscale interverrà con l’attuazione degli obiettivi di servizio.

Attualmente, nel sud e nel nord-ovest la quota di comuni con la spesa storica inferiore allo standard si attesta sull’85%. Mentre è più contenuta – ma comunque maggioritaria – nell’Italia nord-orientale (76,4% dei comuni spendono meno dello standard) e in quella centrale (73,7%). Sono soprattutto i piccoli comuni e gli enti del mezzogiorno, mediamente caratterizzati da minore offerta di servizi, a mostrare il divario più ampio tra la spesa storica e quella standard. Una tendenza che conferma come la sfida dei prossimi anni per il sistema di finanza locale sarà proprio superare questo tipo di gap.

LA SICILIA CAMBIA PASSO

asu antonio scavone tutela dei minoriIn una Italia ancora divisa in due sui servizi per l’infanzia, c’è una regione che corre. E’ la Sicilia che nei mesi scorsi ha stanziato 12 milioni di euro per le “Sezioni primavera” (24-36 mesi) e per la scuola dell’infanzia (3-6 anni) e 15 milioni dedicati alla fascia 0-3 anni, ai quali si aggiungono altri 6 milioni del 2020. Ammontano a 33 milioni di euro i fondi destinati al sistema integrato di educazione e istruzione dalla nascita sino a sei anni i cui servizi, in Sicilia, sono di competenza dell’assessorato alla Famiglia per la fascia 0-3 anni, mentre dell’assessorato all’Istruzione per quelli rivolti ai bambini dai 3 ai 6 anni. Il sistema definisce, nel complesso, servizi, obiettivi strategici e finalità.

L’assessorato regionale alla Famiglia ha provveduto a definire la ripartizione ai Comuni siciliani di oltre 15 milioni di euro, per interventi a favore del potenziamento degli asili nido e dei servizi educativi 0-3 anni, ai quali si aggiungono altri 6 milioni di euro del 2020 ancora a disposizione dei Comuni. I servizi saranno implementati attraverso un fondo specifico con l’obiettivo di aumentare la presa in carico dei bambini della fascia 0-3 anni.

«Un intervento che punta ad un recupero virtuoso dalla posizione di retroguardia che abbiamo trovato – ha dichiarato l’assessore alla Famiglia, Antonio Scavone – Gli asili nido sono la prima doverosa risposta che deve essere garantita alle famiglie ed in particolare alle donne lavoratrici. Puntiamo sul rafforzamento dei servizi comunali e del sistema accreditato. Un investimento di 21 milioni di euro che ci consentirà di aumentare l’offerta ben oltre il 10% dei posti in atto disponibili con un accesso che sarà consentito anche alle famiglie con reddito basso, pur superando la soglia Isee».

In base alle linee guida, il 60% delle risorse dovrà essere utilizzato per applicare tariffe ridotte alle famiglie sostenendo i costi di gestione degli asili nido comunali e quelli privati iscritti all’albo regionale. La restante parte del Fondo sarà destinata al consolidamento dei servizi educativi comunali e all’acquisto di posti in strutture gestite da enti del terzo settore iscritte all’albo regionale.

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