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Stabilizzazione ASU, Scavone tira dritto: “Se necessario ruberò il mestiere ai populisti”

Intervistato dal giornalista Giuseppe Bianca, per il quotidiano La Sicilia, l’assessore regionale autonomista Antonio Scavone non esita a definire quella della mancata stabilizzazione degli ASU «Una vicenda inaccettabile». Ma il responsabile dell’assessorato regionale alle Politiche sociali appare tutt’altro che arreso. “Se sarà il caso, per farsi sentire – scrive Bianca – è intenzionato a rubare il mestiere anche ai populisti di professione specie se potrà servire ad andare oltre al gioco della parti che sta cristallizzando gli scenari, per smuovere le acque: «i lavoratori socialmente utili vengono utilizzati da 2S anni in Sicilia – commenta – non è concepibile lasciarli al loro destino in questo modo».

Un silenzio assordante rischia di calare infatti sulla mancata stabilizzazione dei 4.500 lavoratori successiva all’impugnativa romana del 27 giugno. Sono figli di un dio minore, fanno parte di una categoria che nel resto dell’Italia ha ricevuto la “sanatoria” e quindi il posto di lavoro, nero su bianco per legge, dal 2015.

La Sicilia con il governo Crocetta, rinunciò a questo passo definitivo in cambio di una integrazione del bilancio che consentisse di chiudere i numeri in pareggio. La coperta troppo corta dei conti ha condannato dunque gli Asu a una prima discriminazione di fatto: «La mia iniziativa, quando mi sono insediato, ricorda l’assessore autonomista, parte dalle raccomandazioni esplicite della UE che chiedeva alle Amministrazioni di chiudere con il precariato».

Il governo siciliano aveva colto così la possibilità di sanare eventuali stabilizzazioni entro il dicembre di questo anno, consentita dalla norma di finanziaria nazionale a cui si era collegata e oltre ai 54 milioni necessari a coprire i costi triennali della vicenda approntati dalla Regione, serviva anche per completare il processo di stabilizzazione la storicizzazione della spesa; i soldi per pagare i lavoratori. Adesso anche la successiva ricognizione tra le Asp e gli enti locali che avrebbero potuto assorbire in pianta stabile i lavoratori rischia di finire nel vanificatoio delle opportunità perse.

La Regione che ha scelto di resistere all’impugnativa, sta mandando ugualmente avanti una trattativa complessiva, ma i risultati stentano ad arrivare «confidiamo ancora nell’interlocuzione politica con Roma per appianare la questione, ma non tralasciamo nessun’altra strada» conferma Scavone.

Il dossier dei silenzi romani e delle mancate risposte è articolato. Tre giorni dopo l’impugnativa del Cdm l’assessore catanese ha scritto al Ministero, replicando a luglio e poi il 24 settembre ha convocato a stretto giro i sindacati per affrontare la questione: «Abbiamo inoltre chiesto a Roma perché non vengono garantite anche alla Sicilia le risorse per la proroga di alcune stabilizzazioni concesse dall’esecutivo nazionale e ancora non ci hanno risposto».

Un telefono muto che non fa bene alla chiarezza e rischia di alimentari sovraesposizioni poco utili a risolvere le difficoltà che già sono sul tavolo. E già qui complottisti e non interventisti silenti sono persino d’accordo nel trovare una prima falla di disaccordo romano tra il ministero del Lavoro e il Mise, Al netto di chi deve sganciare i soldi la questione si è annidata anche nel reticolo poco virtuoso dei poteri forti delle burocrazie.

Roma impugna sostenendo che la norma non sia competenza della Regione e va a intaccare il Patto di stabilità, ma al di là della motivazione ufficiale che poggia sul ragionamento normativo viaggiano probabilmente sotto traccia anche percorsi paralleli che si intrecciano al problema senza nulla dare alla soluzione. Tra rivendicazionismo e corretto approccio alla sostanza della questione balla il puzzle frammentato di chi, a vetrina infranta delle speranze dei lavoratori dopo l’approvazione unanime di Sala d’Ercole a marzo, sta alla finestra. Più o meno in silenzio.

Gli Asu, espropriati di un diritto che nel resto d’Italia è stato esercitato, rimangono un comodo esercito di riserva per le retrovie della demagogia contingente, quella “usa e getta” che serve molto nello slang da campagna elettorale. Rimane da risolvere la questione posta dal parlamentare leghista Vincenzo Figuccia che a Sala d’Ercole ha chiesto l’integrazione delle somme da dare agli Asu con i soldi non utilizzati che erano destinati alla stabilizzazione. Sarà compiti degli uffici stabilire se si può spacchettare la copertura finanziaria di una legge in una serie di interventi differenti, ma l’ipotesi più probabile a questo punto rimane quella di far entrare le risorse nelle tasche dei lavoratori attraverso la formula già adottata nel corso della pandemia per chi ha subito delle penalizzazioni.

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