giuseppe conte

Dopo la batosta nelle grandi città Conte cerca in Sicilia una vittoria di Pirro

Tra una settimana sull’Isola potrebbero riemergere tutti i limiti dei Cinque Stelle e l’alleanza con il Pd sembra l’unica soluzione

di Paolo Mandarà – Buttanissima Sicilia

Le immagini più vivide sono le piazze piene di Adrano, Ramacca, Grammichele e Caltagirone, dove Giuseppe Conte, ieri pomeriggio, ha dato il via alla campagna elettorale per le Amministrative di domenica prossima in Sicilia. Ma l’Isola, a lungo roccaforte grillina, ai bagni di folla è abituata. Lo è meno alle debacle. Nel 2018, alle Politiche, il M5s raggiunse quasi il 50% delle preferenze, spopolando (per 28 a 0) nella sfida dell’uninominale; l’anno prima, con Cancelleri candidato, sfiorò la conquista di Palazzo d’Orleans contro la corazzata di centrodestra; ma persino nell’appuntamento elettorale più recente, le Europee del 2019, il M5s – già imploso – si era confermato primo partito dell’Isola, superando il 30%. E dimostrando una tenuta solida, in un contesto che privilegiò i due partiti di lotta e di governo (l’altro era la Lega) reduci dall’introduzione di uno strumento che gode, tuttora, di una platea immensa: il Reddito di cittadinanza. Ma adesso, quel consenso, che fine ha fatto? Le sfide elettorali di domenica metteranno in luce le solite difficoltà dei Cinque Stelle ad attecchire sui territori e drenare consenso. Ma la partita è più articolata, e le preoccupazioni più profonde.

L’avvocato del popolo è già naufragato. Il risultato più netto delle Comunali di domenica scorsa, persino più grave rispetto allo sconquasso della Lega di Salvini, è il crollo verticale del MoVimento. Capace di perdere in un colpo solo il sindaco di Roma e quello di Torino. E di scomparire dal Consiglio comunale di Milano. Eppure Giuseppi vede il bicchiere mezzo pieno: “In questa tornata elettorale – ha scritto l’ex premier su Facebook – abbiamo rimediato alcune delusioni che ci convincono ancora di più della necessità di perseguire una riorganizzazione del MoVimento che possa alimentare un dialogo costante con tutti i territori, non limitato soltanto alle ultime settimane delle campagne elettorali”. Nessuna traccia di mea culpa, a differenza del segretario leghista. Nessun accenno ai motivi del de profundis: forse il fatto di aver cominciato in ritardo la sua missione a causa delle diatribe interne con Grillo?

Il capo politico dei Cinque Stelle, in due mesi, non ha cavato un ragno dal buco. Si è detto subito stanco, e per questo ha suscitato i primi mugugni della base; ha riempito le piazze, convincendosi che bastasse un approccio de visu, ma non ha scaldato i cuori; si è perso dietro un tentativo di alleanza organica col Pd, che non strizzasse troppo l’occhio al governo Draghi, e ha finito per scontentare tutti. Ecco a cosa si è ridotto il MoVimento: l’11% a Roma (di gran lunga meno dei voti della Raggi); il 10% a Napoli (nonostante Manfredi); l’8% a Torino (dopo cinque anni di amministrazione Appendino); il 3% a Bologna; meno del 3% a Milano; l’1,6% a Varese. Numeri da prefisso telefonico, di fronte ai quali non basterà “alimentare un dialogo costante con tutti i territori”. Servirà di più. Il lavoro di Conte è iniziato da poco, ma è come se il M5s, nell’ultimo anno e mezzo, lo avesse già logorato. Con Bonafede, il ministro più manettaro della storia della Repubblica; con Arcuri e le sue primule; col reddito di cittadinanza, una misura dannosa e iniqua; con le contraddizioni che l’hanno portato prima al governo con la Lega, poi col Pd e infine con Forza Italia. Un pugno sullo stomaco ai grillini più primordiali; ai valori consolidati dell’anticasta; al mantra dell’onestà-tà-tà, che aveva reso il MoVimento immune ad alleanze o compromessi.

E’ cambiato il quadro storico, è arrivata l’emergenza sanitaria, ma nel frattempo molti pezzi si sono persi per strada. A partire da Alessandro Di Battista, che voleva esimersi dal commentare i risultati delle ultime elezioni, ma alla fine ha ceduto: “Quel che è avvenuto lo immaginai un anno e mezzo fa quando sostenni che un’alleanza strutturale con il Pd fosse nefasta o 8 mesi fa quando lottai contro tutti affinché il MoVimento non entrasse nel governo dell’assembramento – ha scritto l’ex deputato sui social -. Non mi hanno ascoltato. Oggi l’alleanza con il Pd non è più una scelta. E’ una necessità per qualcuno e per la sua poltrona. Almeno fino a quando, dalla parte del Pd, non si renderanno conto che a Napoli e Bologna il centrosinistra avrebbe vinto anche senza M5s. Che altro vi devo dire? Erano francescani, oggi sono “franceschini””.

Anche in Sicilia, dove tra una settimana potrebbero riemergere tutti i limiti dei Cinque Stelle, l’alleanza con il Pd è l’unica soluzione. Ogni qual volta i due schieramenti si presentano compatti sui palchetti dei comizi, sembra di assistere al revival di una Festa dell’Unità: birra e salsiccia per tutti. In questa euforia da “campo largo”, consolidata dall’esperienza dello scorso anno a Termini Imerese, e dagli ammiccamenti all’Ars (Musumeci è un incentivo, per gli altri, a unirsi), persino Giancarlo Cancelleri e Dino Giarrusso, nemici dichiarati fino a qualche tempo fa, hanno ceduto facendosi fotografare insieme per un appuntamento elettorale ad Adrano. In Sicilia è un M5s senz’anima, ma dalle tante anime. Una situazione in divenire che, un anno e mezzo fa, ha portato alla prima emorragia: quando a palazzo dei Normanni prese corpo Attiva Sicilia. Una costola dei grillini, che ben presto si consacrò stampella di Diventerà Bellissima e del governatore. Un tradimento in piena regola.

A questi Cinque Stelle, che restano il primo gruppo all’Assemblea regionale, ma faticano a trovare un respiro comune, manca da tempo un leader. Cancelleri continua ad esserlo soltanto sulla carta. Ne è prova il fatto che ad Adrano, ad esempio, il segretario del Pd, Anthony Barbagallo, abbia chiuso l’accordo con l’ex Iena Giarrusso, oggi parlamentare europeo, diventata punto di riferimento dell’ala grillina più ortodossa. Uno contrario alle alleanze organiche. Mentre negli ultimi giorni il sottosegretario alle Infrastrutture, un contiano doc, è tornato in auge: è stato lui, ieri, ad accogliere in aeroporto – assieme a tutto il gruppo parlamentare – l’ex presidente del Consiglio. Sarà lui a guidarlo in questa traversata isolana, che si preannuncia più difficile del previsto.

Anche sotto il profilo motivazionale, sarà difficile spiegare ai siciliani perché a Caltagirone si va tutti insieme, mentre a Vittoria – dove la campagna elettorale si è aperta da 18 mesi – non ci si è riusciti. Perché ad Adrano sì, e ad Alcamo no. Perché alla Regione è praticamente scontato; mentre a Palermo servirà un miracolo. Ecco: la prima cosa che dovrebbe fare Conte è nominare un referente regionale che diventi espressione del partito rammendato (ma unico). Uno capace di dare la linea e farsi seguire. Di stimolare il dialogo con la base, spesso sacrificato sull’altare degli accordi politici. Di ridare voce ai Meetup, vera forza del M5s che fu. Di stabilire, assieme al Partito Democratico e alla sinistra, come vada scelto il prossimo candidato alla presidenza. E quando, soprattutto.

Non è più il Movimento di prima, e questo è noto. Sarà difficile, improponibile, ripartire dal 48% delle Politiche, o dal 32% delle ultime elezioni Europee (quando il Reddito di cittadinanza era appena diventato legge e la Sicilia fu l’unica terra ad arginare un repulisti generale). Ma servirà offrire una proposta alternativa a quella dei sovranisti, dei centristi, dei riformisti, che nell’Isola il proprio spazio riescono sempre a ritagliarselo. Una proposta capace di riportare al voto chi oggi si astiene. Di offrire una visione di governo che spesso è mancata. Cancelleri aveva testato il polso ai militanti mettendo sul piatto la prospettiva di un ‘modello Draghi’ che comprendesse una possibile intesa, anche in Sicilia, con Forza Italia e con Micciché. Era un tentativo estremo di smuovere le acque, di capire come tira il vento. Bocciato. Da qui bisogna ripartire, ma non è detto che qualcuno ci riuscirà, anzi…

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