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Alessandro Enriquez, il nuovo stilista di Barbie è palermitano

“L’Isola è una continua fonte di ispirazione, una culla di culture” racconta il giovane stilista. “Viaggia con me e non mi lascia mai”

di Irene Carmina – La Repubblica

Alessandro Enriquez, stilista palermitano classe 1983, alla Fashion Week di Milano ha scelto due modelli di eccezione: Barbie e Ken. Ma diversi da come siamo abituati a vederli. Per esempio: in sedie a rotelle o con dei chili di troppo. Con la sua collezione “Enriquez diversity, with love”, combatte gli stereotipi e lancia un messaggio di integrazione. “Da piccolo a Palermo mi davano del frocio, per le collane o le camicie troppo colorate, eppure l’estro e la stravaganza sono state le mie carte vincenti”.

Barbie e Ken come non li abbiamo mai visti. Il messaggio di inclusione diventa pop. È il suo concetto di moda?

“La moda è sempre stata un amplificatore di idee e, negli anni, ha spesso educato all’uguaglianza, al rispetto e alla condivisione. A volte la moda diventa un’arma per combattere stereotipi legati al passato. La moda oggi è in alcuni casi fluida, genderless o, se vogliamo chiamarla con un termine di qualche anno fa, unisex”.

Dobbiamo quindi iniziare a ripensare la moda come strumento di impegno sociale?

“Oggi più che mai la moda è vicina all’impegno sociale, alla sostenibilità, al rispetto per il pianeta. Nella mia collezione utilizzo dei tessuti riciclati come basi per stampare i miei disegni, i denim sono trattati senza agenti chimici e vengono proposti in versione green. Organizzo ogni anno dei progetti di raccolta fondi per supportare l’integrazione dei minori non accompagnati. Mi impegno nel mio piccolo, ma non sono l’unico. Tanti marchi lavorano seguendo questa strada”.

Qual è stato il momento in cui ha capito di avercela fatta?

“Non credo sia ancora arrivato. Sono andato via da Palermo per esigenze lavorative quando avevo 18 anni, portando come me sempre la Sicilia nel cuore. Ho lavorato per grandissime realtà tra cui anche Vogue e, esperienza dopo esperienza, mi accorgevo che avevo bisogno di fare altri passi per sentirmi soddisfatto”.

In che modo la Sicilia ha ispirato la sua collezione?

“L’Isola è una continua fonte di ispirazione, una culla di culture, un contenitore pieno di idee. Viaggia con me e non mi lascia mai. Ogni volta che disegno una collezione la mia Sicilia si esprime in maniera spontanea e non programmata. La sento scorrere dentro”.

Che adolescente era?

“Sono sempre stato diverso dagli altri. A scuola il mio cognome era diverso, il mio modo di vestire era diverso e le persone che mi piacevano erano diverse dalle altre. Forse qualcuno mi chiamava “frocio” per le collane o le camicie colorate. Aveva ragione, forse poco tatto e una terminologia sbagliata. Io, però, una buona educazione l’ho avuta e ho saputo perdonare anche chi un’educazione non ce l’ha”.

Sua madre siciliana, suo padre franco-tunisino, che ricordi ha della sua infanzia palermitana?

“Bellissimi. Sono cresciuto in una famiglia molto bella, un nonno ingegnere lungimirante e meraviglioso che mi ha spinto a prendere sempre le mie decisioni, prevedendo forse che sarei arrivato dove sono ora, una nonna che ancora oggi all’età di 97 anni affascina per i suoi pensieri, una mamma chioccia senza la quale non sarei arrivato dove sono arrivato, una squadra di tre fratelli fantastici e un papà eterno Peter Pan”.

Perché ha lasciato Palermo?

“Per esigenze lavorative, ma ci torno spesso perché mi manca. Oggi Palermo è diversa, non è più come una volta. È più bella, più viva, più internazionale. Dovrebbe solo essere più pulita”.

Si può fare moda in Sicilia?

“Sì, ma con il supporto di tutta l’Italia. La Sicilia ha la capacità di essere un luogo dove la moda può manifestarsi puntualmente, ma bisogna nazionalizzare, anzi forse internazionalizzare, le iniziative”.

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