Puigdemont

Sardegna, il leader indipendentista catalano Puigdemont è già libero e rilancia il suo programma

Le prigioni italiane di Carles Puigdemont sono durate meno di 24 ore. L’ex presidente della tentata secessione di Barcellona dalla Spagna del 2017 era stato arrestato nella sera di giovedì al suo arrivo ad Alghero ed è stato rilasciato all’imbrunire di ieri. Senza cauzione e senza obbligo di residenza. Potrà restare o andarsene a piacimento. Unico obbligo richiesto dall’autorità giudiziaria italiana è di presentarsi all’udienza per la causa di estradizione il 4 ottobre. «È una nuova vittoria giudiziaria. La Spagna non perde mai l’occasione di rendersi ridicola» ha proclamato il leader secessionista all’uscita del carcere.

Puigdemont era stato arrestato dai carabinieri perché l’ordine di cattura internazionale emesso nei suoi confronti per «sedizione e malversazione di fondi pubblici» è ancora nei database dell’Interpol. La magistratura spagnola non l’ha annullato, nonostante la Germania abbia già respinto una volta l’estradizione e nonostante il leader indipendentista abbia acquisito due anni fa l’immunità da deputato europeo. La possibilità che uno Stato europeo consegni l’europarlamentare alla magistratura spagnola è estremamente limitata e casi come questo finiscono quasi per fare un favore all’ex President piuttosto che alla Spagna.

Ieri per Puigdemont a Barcellona migliaia di persone hanno bloccato il traffico e hanno protestato davanti al consolato italiano. In Sardegna sono volati diversi politici, altri arriveranno: Alghero e il suo detenuto eccellente sono diventati il centro della politica spagnola. Le ferite del rapporto tra Madrid e Barcellona si sono riaperte. Nei commenti dei lettori sotto gli articoli dei siti web è riapparsa la violenza verbale contro il «traditore e golpista catalano» o, da parte del clan opposto, contro lo «Stato oppressore e colonialista».

Forse era quello che, politicamente, serviva a Puigdemont per tornare protagonista e che l’ha convinto ad accettare il rischio di lasciare il suo esilio belga. Nell’ultimo anno, il partito dell’ex President è passato da primo a terzo nell’assemblea regionale catalana, ha perso la presidenza della Generalitat e, soprattutto, è rimasto escluso dal tavolo di mediazione aperto tra gli alleati/rivali dell’indipendentismo e il governo di Madrid.

Fuori dal carcere

È una nuova vittoria giudiziaria, la Spagna non perde occasione di rendersi ridicola

Le richieste secessioniste a Barcellona sono ancora forti, rappresentano almeno il 50% dell’elettorato, ma il movimento si è diviso in due anime. Quella di Puigdemont è intransigente, convinta che non c’è dialogo possibile con lo Stato spagnolo e che l’unica via sia quella dell’indipendenza di fatto, anche a costo di ripercorrere la strada del referendum o addirittura della secessione unilaterale.

L’altra anima secessionista è quella di Oriol Junqueras, il vice di Puigdemont nei mesi convulsi del 2017. A differenza di Puigdemont rifugiatosi in Belgio, Junqueras restò a Barcellona, si fece arrestare, affrontò il carcere, il processo e la condanna a 13 anni. Ora è tornato libero grazie ad un indulto del premier socialista Pedro Sánchez. L’ex carcerato Junqueras è convinto che trattare con Madrid sia indispensabile. Gli elettori l’hanno premiato, non tanto come si aspettava, ma sono i voti di Junqueras al Congresso di Madrid che permettono a Sánchez di tenere vivo il suo governo di minoranza. È la cauta apertura di Junqueras ad essere di guida nel conflitto Barcellona-Madrid.

Questo lento, difficile processo di riavvicinamento si blocca con l’arresto di Puigdemont. L’ex President torna d’un tratto centrale. I rivali indipendentisti non possono dialogare con un governo spagnolo che chiede l’arresto del loro alleato. Mettendosi fisicamente in pericolo, Puigdemont ha dato scacco a Catalogna e Spagna assieme.

BAGNO DI FOLLA AD ALGHERO PER L’INDIPENDENTISTA CATALANO

Alghero «Il solo modo per neutralizzare Puigdemont è togliergli le luci della ribalta: lo dimenticherà anche la sua gente». Accogliendo il suggerimento (ignorato dal suo predecessore Mariano Rajoy) degli indipendentisti moderati, decisivi per tenere in piedi il suo governo, il premier socialista Pedro Sánchez sembrava quasi esserci riuscito. Ma Carles Puigdemont è tornato: «Torneremo ad Alghero da cittadini liberi di una repubblica», ha scritto sul libro d’onore del Comune. Poi ha ribadito: «Continueremo a lottare per l’autodeterminazione, non ci arrenderemo».

L’arresto, l’immediato ritorno in libertà, la proiezione internazionale della sua immagine di «vittima della persecuzione del governo spagnolo» lo hanno rimesso al centro della partita politica. Non è più l’europarlamentare destinato a un anonimo esilio dorato a Bruxelles ed è probabile che il suo «Junts per Catalunya» ritrovi smalto elettorale. Ad Alghero c’erano ieri mattina almeno 1200 catalani; se la sua passeggiata mattutina al porto doveva essere un test, non poteva andare meglio: abbracci, acclamazioni, cori con l’inno catalano, danze, incitamenti a continuare la battaglia per l’indipendenza. È ora difficile che Sánchez e i moderati catalani di Junqueras e del presidente della Generalitat Pere Aragonès possano continuare a trattare senza in qualche modo coinvolgerlo. È lo stesso Puigdemont a chiarirlo: «Non si può negoziare senza di noi come dimostrano le ultime 24 ore».

Ad Alghero ieri la presenza dei massimi esponenti politici della Catalogna ha consentito consultazioni fuori dell’ufficialità: Aragonès e il suo vice, la presidente del parlamento Laura Borràs, la ministra degli esteri Victòria Alsina hanno incontrato Puigdemont nella sede di rappresentanza della Generalitat e si è andati oltre le solidali dichiarazioni per «l’ingiusto arresto e la felicità per la ritrovata libertà». Aragonès ha scandito: «La libertà di Puigdemont non sarà completa finché non verranno ritirate tutte le condanne». E poi ha parzialmente corretto la linea morbida, avanzando due richieste: un’amnistia che «cancelli il clima di repressione» e il riconoscimento «del diritto del popolo catalano di decidere il suo futuro». Esplicitamente: «Vogliamo esercitare l’autodeterminazione con un referendum sull’indipendenza». Proprio quel referendum del 2017 dichiarato illegale dal governo di Madrid e all’origine della parabola politica e giudiziaria dell’allora presidente Puigdemont: fuga in Belgio, mandato di arresto internazionale, rischio di condanna a 30 anni per sedizione, destituzione, elezione al Parlamento europeo, acquisizione e revoca dell’immunità, richiesta di estradizione respinta da Belgio e Germania, reiterata ora all’Italia.

Dopo la notte in carcere, il sorriso ritrovato, il bagno di folla, il leader separatista è un fiume in piena: «Il tribunale di Sassari ha dato torto alla Spagna che non rispetta i diritti politici. Domani ritornerò in Belgio, ho un impegno in commissione trasporti. Ma continuerò a viaggiare in Europa, sono dalla parte della ragione. Per i magistrati è tutto chiaro, eccetto per quelli spagnoli». A fianco ha l’avvocato e amico Gonzalo Boye: «Questo caso è morto». Troppo ottimista? Dopo le due decisioni preliminari di venerdì (ordine d’arresto legittimo, ma libertà piena, nessuna misura cautelare), il processo deve ancora entrare nel merito e l’accoglimento della richiesta di estradizione non è un’ipotesi solo teorica. Puigdemont dice di non aver paura: «Il 4 ottobre sarò a Sassari in udienza».

Related Posts

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.