Dalla Chiesa

La svolta del generale Dalla Chiesa nella lotta alla mafia

Era venuto per fare la storia, morì cento giorni dopo. Ma il suo sangue non è stato sparso invano. Carlo Alberto Dalla Chiesa contribuì in modo decisivo a imprimere un salto di qualità alle strategie di lotta alla mafia. Quell’eredità mantiene una sua carica attuale, che è stata ricordata dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella, ieri, nel giorno del trentanovesimo anniversario della strage di via Isidoro Carini.

Con il generale morirono la moglie Emanuela Setti Carraro e l’agente di polizia Domenico Russo, crivellati dai colpi dei kalasnikov dei killer. La loro barbara uccisione rappresentò, secondo Mattarella, «uno dei momenti più gravi dell’attacco della criminalità organizzata alle istituzioni e agli uomini che le impersonavano ma, allo stesso tempo, Finì per accentuare ancor di più un solco incolmabile tra la città ferita e quella mafia che continuava a volerne determinare i destini con l’intimidazione e la mone».

A quella «odiosa sfida» il Paese seppe reagire «facendosi forte della stessa determinata e lucida energia di cui Carlo Alberto Dalla Chiesa aveva già dato esempio, durante il suo brillante percorso nell’Arma dei carabinieri, nell’impegno contro organizzazioni criminali e terroristiche». Lo Stato cosi rispose con «nuove norme e poteri di coordinamento più incisivi» mentre nella società civile è cresciuto un sentimento di cittadinanza attiva, portatore di una cultura dei diritti contrapposta alle logiche dell’appartenenza e del privilegio.

Esempi e testimonianze di riscatto, come quelli visti durante le commemorazioni sul luogo dell’eccidio, sottolineati anche dall’ex procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso: «Siamo qua per continuare a ribadire che la speranza dei palermitani onesti non è morta e non deve morire». La speranza è nelle mani dei bambini di Brancaccio, quelli del Centro Padre Nostro fondato dal Beato Pino Puglisi che hanno colorato di fiori il cippo dedicato alla memoria di Dalla Chiesa in corso Vittorio Emanuele. Accanto a loro l’arcivescovo Corrado Lorefice che ha celebrato la messa in suffragio delle vittime innocenti della mafia.

«Il nuovo nella società civile – ha detto Lorefice durante l’omelia – nasce e deflagra lì dove ci sono uomini e donne consapevoli e liberi. Li dove i cuori rimangono retti e onesti, lì dove come professionisti e cittadini si rimane fedeli servitori del bene destinato a tutti. Ognuno di noi ha il dovere di porre la propria vita al servizio degli altri». E il prefetto Dalla Chiesa con la sua vita, la sua storia e il suo sacrificio incarnava tutto questo. Ecco perché quella strage del 5 settembre 1982 ha ora un alto valore simbolico.

Lo ricordano, tra gli altri, la presidente del Senato Elisabetta Casellati, il presidente della Camera Roberto Fico, il presidente della Regione Nello Musumeci, l’assessore regionale dei Beni culturali e dell’identità siciliana Alberto Samonà e il presidente dell’Assemblea regionale siciliana Gianfranco Miccichè. Il sindaco Leoluca Orlando ha conferito all’Arma dei carabinieri la cittadinanza onoraria, nel ricordo di un impegno che ha lasciato molti segni.

“Sono passati 39 anni dal barbaro assassinio – ha detto Maria Falcone, sorella del giudice Giovanni e presidente della fondazione che porta il nome del magistrato – ma in- Antimafia Maria Falcone: il suo sacrificio ha scosso le coscienze e spinto tanti a seguirne l’esempio”

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