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Pazzo di Cateno: “Magari non vincerò ma riuscirò a far perder qualcuno”

di Paolo Mandarà | Buttanissima.it

Tutti dicono che la Sicilia è una terra di moderati, e che per questo, al centro, c’è uno spazio sconfinato da occupare. Ma se guardiamo agli ultimi risultati elettorali – le Europee 2019 – la storia è completamente diversa: il M5s, capace di catalizzare il 50% dei siciliani alle ultime Politiche, ma già in caduta libera dopo il fallimento del governo gialloverde, era rimasto il primo partito col 31,2%; a ruota la Lega di Salvini, capace di collezionare il 20,8% delle preferenze a mani basse. L’elettorato, al netto di chi se ne rimase a casa (circa il 62,5%: saranno tutti centristi?), ha scelto di opporsi alla “moderazione”, cavalcando la rabbia e il populismo. E stante i tre anni e mezzo di Musumeci, infarciti di gaffe, delusioni e promesse mancate, al prossimo giro l’incazzatura e la delusione potrebbero ripresentarsi. Il depositario di questo voto, però, è destinato a cambiare. Non più il Movimento 5 Stelle, spaccato e in caduta libera; tanto meno la Lega, che in Sicilia si è affrancata dagli estremismi, tanto da richiamare i valori della Dc oltre che il soprannome (“La balena verde”). Il vero depositario di questo voto potrebbe essere Cateno De Luca, attuale sindaco di Messina.

Il vocabolario colorito, le reprimende pubbliche, gli epiteti sagaci, le prove muscolari (talvolta anche fisiche: cercò di impedire l’attracco dei traghetti durante la fase più critica della prima ondata) e, talvolta, i risultati amministrativi, hanno concesso a De Luca – mirabolante personaggio dell’avanspettacolo – un ruolo in prima linea. Un recente sondaggio per ‘La Sicilia’ lo ha accreditato del 15%: “Da solo valgo un partito – fu il suo commento, all’indomani della rilevazione – Sarò l’ago della bilancia”. Magari non vincerà, ma riuscirà a far perdere qualcuno. Non piace a tutti, per carità. Il torpiloquio, l’esibizionismo marcato, i pugni sul tavolo ne fanno un protagonista sui generis, poco avvezzo alla forma. Ma è quello che la gente cerca – o potrebbe cercare – per liberarsi dell’onta dei politici in giacca e cravatta capaci di produrre solo guai. La stagione moralizzatrice di Crocetta è fallita alla prima curva; quella di Musumeci non ha mantenuto le attese e, complici alcuni assessori, ha portato la Sicilia alla devastazione economica. Perché, quindi, non tentare l’ultima carta?

De Luca, d’altronde, ha abbandonato l’Ars nel giorno in cui venne eletto a Palazzo Zanca: da sindaco di Messina, capace di accapigliarsi per la sua città e dare fastidio ai piani alti, senza una maggioranza in Consiglio comunale (una condizione di partenza assai scomoda), ha dato sfogo alla sua indole iraconda di uomo del fare. Ben presto, si è trasformato nel più acerrimo avversario di Musumeci (e di Armao). Senza peli sulla lingua, sostenitore delle tesi più audaci (come “la gestione politico-mafiosa della sanità siciliana”), ha combattuto solo contro il mondo. Adesso s’è dato una calmata. Ha imparato a interloquire con quelli diversi da lui, ha utilizzato la creatività per mantenere un ruolo da primo piano, risultando davvero l’ago della bilancia. E’ riuscito persino ad accreditarsi con quelli del Partito Democratico, mettendosi a capo dell’esercito di liberazione della Sicilia (e da Musumeci). Ha i numeri per farsi ascoltare. Il segretario dem, Anthony Barbagallo, gli ha lanciato i primi segnali d’apertura. E non è finita: perché Scateno potrebbe sfruttare i tentennamenti di Cancelleri (sempre più complice di Micciché e del modello Draghi) per chiudere un accordo anche con lui e prendersi una fetta di voti che, qualche anno fa, apparteneva al Movimento.

De Luca è un personaggio di rottura, ma non è uno sprovveduto. Sa utilizzare i social e indirizzare il consenso. Persino Salvini s’era lasciato impressionare da questa spremuta d’energia. Per un attimo ha pensato di portarlo nella Lega. Adesso, però, il nuovo corso siciliano – a metà fra toni moderati e forte identità territoriale – non prevede la presenza di un uomo così ingombrante e polemico. Il Carroccio di Sicilia, per intenderci, è ben altra cosa rispetto al partito dei Durigon e dei Pillon. Semmai, approva lo stile Giorgetti: misura le parole, non solleva polveroni, colpisce in silenzio. Ma non sarà facile riemergere da quell’armata Brancaleone che è oggi il governo Musumeci, se non prendendone le distanze in modo chiaro, senza alcuna esitazione. Salvini ha avviato una manovra di disturbo nei confronti del governatore, rivendicando la candidatura di un leghista a palazzo d’Orleans. Dovrà dare seguito a questa proposta per diventare credibile. Ma i populisti di Sicilia, con buona pace dei moderati, potrebbero spostarsi altrove.

Ma non nel Movimento 5 Stelle. Un movimento di lotta divenuto partito di governo, vittima delle sue contraddizioni, e per troppo tempo rimasto schiacciato dal dualismo fra Conte e Grillo. I Cinque Stelle siciliani, poi, non hanno ancora trovato un referente regionale. Toccherebbe all’avvocato del Popolo indicarne uno. Non è un passaggio da poco, dato che il nuovo leader (Cancelleri? Floridia? Azzolina? L’ex Iena Giarrusso?) stabilirà la strategia: si parte, intanto, da un asse consolidato col Partito Democratico. Mentre al popolo dei grillini non è affatto piaciuta l’apertura di Cancelleri al modello Draghi, cioè a Forza Italia. Un governo di salute pubblica per la Sicilia va contro le aspettative di un popolo che non ha mai accettato compromessi, che si è scagliato sulla casta e sulla malapolitica, che ha armeggiato contro vizi e privilegi. Che ha crocifisso sugli altari dell’onestà-tà-tà chiunque gli capitasse a tiro. Liberarsi della propria anima, ammiccare ai poteri forti e, al contempo, elevare il proprio senso di responsabilità (Di Maio ne è stato il maggiore interprete), è costato ai Cinque Stelle un calo drastico nei sondaggi, una riduzione netta dell’appeal, la diaspora dei propri simpatizzanti verso altri lidi.

Uno dei parzialmente inesplorati potrebbe essere De Luca. Che già si è messo a capo di un esercito e, con toni da generale, è riuscito nell’impossibile: richiamare l’attenzione di un partito – il Pd – che pochi mesi fa ne aveva chiesto la rimozione da sindaco, definendolo un clown (parole e musica di Antonello Cracolici). L’associazione assai curiosa fra interpreti così distanti, ha già richiamato i primi commenti negativi, come quello di Fabio Granata, che ha appena abbandonato Diventerà Bellissima e a Siracusa, da assessore alla Cultura, spalleggia un sindaco renziano: “Una sinistra siciliana che pur di battere Musumeci “apre” a Cateno De Luca dimostra un fallimento, prima ancora che politico, estetico e intellettuale…”. Non che a destra – dalle idiozie di Manlio Messina sui vaccini, ai toni minacciosi di Gaetano Armao (contro il nostro giornale) – la questione estetica sia dirimente. Anzi: c’è abbastanza materiale per i macchiettisti dei prossimi vent’anni. Scateno sarebbe uno dei tanti. Ma, forse, con qualche voto in più.

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