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La disfatta di Schifani, in fuga da Forza Italia e respinto dalla Meloni

Fonte: Il Fatto Quotidiano

Ci ha provato nia è stato respinto. Passando in un attimo da ex presidente del Senato, con tanto di ufficio a Palazzo Giustiniani e posto d’onore alle celebrazioni ufficiali, à.ðâîïå qualsiasi pronto a tutto per lina ricandidatura nel 2023. Anche a costo di passare all’opposizione del governo Draghi e, soprattutto, di tradire quel Silvio Berlusconi che in un decennio, tra ² Novanta e i Duemila, lo aveva fatto sbarcare a Roma daDa Sicilia e promosso capogruppo di Forza Italia a Palazzo Madama, su su fino alla seconda carica dello Stato, ossia facendolo eleggere presidente del Senato.

E COSÌ, dopo aver già abbandonato Forza Italia una volta, passando con lo sfortunato Ned di Angelino Aitano nel 2013, per poi fa re ritorno a capo chino nel 2016, a inizio luglio Renato Schifani lia tentato il bis provando a entrare m Fratelli d’Italia, il partito di Giorgia Meloni che secondo i sondaggi ormai supera il 20% e si candida a diventare la prima forza del centrodestra. Ma non c’è stato nientedafare;GiorgiaMeloni gli ha fatto sapere, tramite i suoi emissari, che non era proprio il caso. Un conto è il senatore Lucio Malan, passato in Fdl il 19 luglio, che studia i provvedimenti, lavorasui dossier ed è considerato un uomo macchina in Parlamento. Un altro è Schifani che, nella testa dei vertici di Fratelli d’Italia, è ormai considerato una cariatide della politica, emblema del berlusconismo che fu e non più in grado di portare “un valore aggiunto”. Che poi, in soldoni, sarebbero i voti.

Schifani e Meloni, pur in buoni rapporti, non hanno mai parlato della questione. Il senatore forzista, da vecchia volpe democristiana, ci ha provato in maniera più furba, provando a tastare il terreno, anche per evitare l’umiliazione di un “no” secco da Meloni. E così ha chiesto informazioni, e magari un incontro con Giorgia, agli uomini più vicini alla leader di Fratelli d’Italia: prima a lgnazio La Russa, poi a Guido Crosetto, considerato l’eminenza grigia di Meloni nonostante non abbia ruoli ufficiali nel partito. Solo che lei ha fatto sapere che no, non era il caso. Pochi giorni dopo, Schifani ci ha provato anche con una mossa parlamentare: è stato l’unico di Forza Italia a non votare per il nuovo cda Rai da cui, grazie a un accordo Berlusconi-Salvini, è stato tagliato fuori proprio l’esponente di Fdl Giampiero Rossi. Ma non c’è stato niente da fare.

DA DIVERSE settimane Schifani si è chiuso in un pesantissimo silenzio, spia di un malessere perfino ostentato. ” Ormai non so più cosa dire …” va dicendo il consigliere politico di Berlusconi ai colleghi di Forza Italia che gli chiedono il motivo della sua “assenza”. All’ex presidente del Senato non è mai andato giù l’appiattimento di Berlusconi su Salvini – e in particolare l’idea del “partito unico” – ma anche la gestione di Forza Italia nella sua Sicilia dove il coordinatore Gianfranco Micciché ormai spadroneggia, flirtando con i leader della Lega in vista delle regionali de] 2022. Solo che il disagio è dovuto anche a un motivo molto più semplice: Schifane negli ultimi mesi, è stato allontanato sempre di più dalla corte di Berlusconi.

Il telefono di Arcore non risponde più. Quindi a inizio estate ha capito che per lui non ci sarebbe stato più spazio dentro al partito e che quella in corso sarebbe stata la sua ultima legislatura, anche alla luce del taglio dei parlamentari che nel 2023 riporterà in Parlamento al massimo un quarto (circa 20) degli attuali deputati e senatori azzurri, E così Schifani ha provato la mossa disperata- Ripudiato. Dai vertici di Fratelli d’Italia, però, spiegano che Schifani non è l’unico parlamentare di Forza Italia (ma anche dalla Lega) che nelle ultime settimane ha chiesto entrare: “Abbiamo la fila davanti alla porta” dice un big del partito, lì-a Camera e Senato se ne contano almeno 10. Ma è probabile che nelle prossime settimane, dopo Malan, non ci sarà alcun cambio di casacca. Così è 
stato deciso, a inizio agosto, nel vertice a villa Certosa tra Meloni e Berlusconi. Niente sgarbi, almeno fino all’elezione del prossimo capo dello Stato. Poi si vedrà.

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