Mario Draghi

Giustizia, una riforma sul filo del rasoio

Di Lina Palmerini | Sole24Ore

Di tutte le riforme, quella della giustizia era la più complica ta per ragioni che sono state evidenti a tutti. Conte si giocava una battaglia di leadership nei 5 Stelle, la destra non poteva mostrarsi subalterna e ha rilanciato il negoziato presentando pure i suoi referendum, i magistrati hanno fatto sentire tutto il loro peso. Per Draghi e la ministra Cartabia è stato come camminare su un filo, senza rete. Tant’è che la crisi è entrata nelle stanze di Palazzo Chigi più volte nella giornata di ieri. Lunghe ore di trattative, sospensione dei lavori a varie riprese e una rottura sfiorata sull’ipotesi di astensione dei ministri grillini. Uscirne con il Governo in piedi è un risultato per il premier. Alla fine, si è trovato raccordo su un regime speciale per la prescrizione dei reati di mafia – come voleva il Movimento – e il centro-destra ha spuntato la ricorribilità in Cassazione dell’ordinanza di proroga dei termini per lo svolgimento dei processi.

La posta in gioco tra crisi di Governo e Dna dei partiti Ma su quel tavolo non c’è stato solo il processo penale. Quello su cui si è negoziato è qualcosa di più, che ha a che fare con il Dna di tutti i partiti che sulla giustizia si sono sempre dilaniati. Il centrosinistra che ha cambiato mille volte posizione tra garantismo e non, la destra che con Berlusconi ha impostato la sua identità sulle battaglie contro le procure, il Movimento che ha trovato le sue fondamenta nella battaglia opposta. Per Draghi si trattava di camminare dentro questo fuoco incrociato. E la posta in gioco è stata la tenuta del Governo. Senza un accordo o con un’astensione dei ministri grillini, il premier sarebbe andato comunque a un voto di fiducia anche rischiando un esito negativo. Nel senso che non avere l’appoggio del primo gruppo parlamentare e vedere a pezzi l’unità nazionale – su cui si fonda il suo Esecutivo avrebbe comportato per Draghi la salita al Quirinale con le sue dimissioni. E si sarebbe aperto un baratro perché nessuno tra i leader oggi – è abbastanza solido per reggere la caduta del terzo governo della legislatura e costruire qualcosa dopo. Ne Conte avrebbe potuto gestire con l’opinione pubblica – e non solo con il gruppo grillino – la responsabilità della fine di Draghi.

Per proporre quale alternativa e quale maggioranza? «Non è la nostra riforma ma abbiamo contribuito a migliorarla sui reati di mafia e terrorismo», è stato il commento del leader che ha ottenuto una mediazione a suo favore evitando una crisi che avrebbe portato nuove divisioni nei æ Stelle. Ma la novità, per i partiti, è stata negoziare con un premier che è pronto a lasciare, senza puntare a elezioni anticipate o cercare “responsabili”

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