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No Tav, i “minchioncelli” della Val di Susa

Giampiero Mughini per Dagospia

Caro Dago, Dio che bello lo spezzone che avete appena messo in pagina sul camionista in Val di Susa che viene intercettato e bloccato da ragazzi e ragazze no-Tav e scende giù dal camion e urla e minaccia e inveisce, lui che per guadagnarsi il pane stava penando dalle quattro e mezza del mattino.

Ovvio che quei ragazzi e quelle ragazze fossero delle brava gente che nient’altro vuole se non il Bene dell’Umanità, il che non toglie che siano dei minchioncelli senz’arte né parte e che io tifi spasmodicamente per il camionista che si stava sbattendo per le autostrade d’Italia a trasferire da una città all’altra non so quali beni di cui ognuno di noi ha bisogno dopo averli comprati e pagati.

Lo dico con cognizione di causa, perché nei miei vent’anni anch’io sono stato un minchioncello calzato e vestito che voleva il Bene dell’Umanità e che si comportava di conseguenza.

Mio padre mi pagava gli studi all’Università, a casa dei mie nonni materni (dove vivevo perché i miei genitori si erano separati) mia nonna mi faceva trovare il piatto di pasta bell’e pronto quando tornavo dall’Università dove avevo appena finito di pronunciare una tuonante filippica anticapitalistica che aveva suscitato l’apprezzamento di qualche bella studentessa.

Tanto che me ne tornavo a casa tutto pimpante, orgogliosissimo della mia identità ideologica. E così per giorni e settimane e mesi dei miei vent’anni. Altro che se non ero un bravo ragazzo che spasimava di amore per l’Umanità.

Poi è successo che ho cominciato ad affrontare la vita reale, e mio padre e mia nonna non c’erano più, e me lo guadagnavo da me il pane da mangiare due volte al giorno, seppure alzandomi alle sette del mattino e non alle quattro e mezza. Per anni anni e anni.

Ciascun anno dei quali finivo per pagare dapprima qualcosa di vicino ai centomila euro di tasse l’anno e poi parecchio di più. Ho pagato negli anni traendoli dal mio lavoro – ciò che mi rende fratello il camionista della Val di Susa – alcuni milioni di euro al fisco.

Questo sì che oggi mi rende orgoglioso, non quegli sproloqui che pronunziavo all’Università e che se li ascoltassi adesso mi farebbero accapponare la pelle. Ancor oggi sono uno dei primi centomila contribuenti italiani. Più comunista di me. Solo che un catanese di gran rilievo, quel professor Manlio Sgalambro che ha fatto una geniale combutta con Franco Battiato, andava ripetendo che a lui piaceva il Mughini degli anni catanesi, non quello successivo.

Lui preferiva ahimé il minchioncello che ero stato a vent’anni, del tutto simile ai ragazzi che rompevano le scatole al camionista della Val di Susa. Succede. Ne porto pazienza, ma non punto da non chiamare le cose della vita con il loro nome e cognome.

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