carcere

di Giuseppe Sottile | Buttanissima.it

Chiedetelo a Brusca. Sì a Giovanni Brusca, il picciotto di mafia che tra il 1975 e il 1992, ha commesso allegramente oltre centocinquanta omicidi. Ha scannato boss e scassapagghiari, complici e traditori, infami e piscialetto. Ha ordinato lui di incaprettare e poi sciogliere nell’acido un ragazzino di tredici anni la cui colpa era solo quella di essere figlio di un pentito. Ed è stato lui a scatenare col telecomando l’inferno di Capaci, l’attentato nel quale morirono, stritolati dal tritolo, il giudice Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e gli uomini della scorta. Chiedetegli, se avrà la bontà di ascoltarvi, che cosa è la giustizia in Italia. Lui conosce ogni aula, ogni caverna, ogni labirinto. Sa che ci sono sbirri che non danno pace ai latitanti e che mettono la propria vita in gioco pur di catturarli; ma sa anche che ci sono pubblici ministeri che giocano con i pentiti, che li avvolgono con lusinghe e promesse pur di ottenere una dichiarazione che confermi i loro teoremi. Sa di che violenza è fatto il carcere duro, ma sa anche come farla franca. Sa di quali odori e e di quali rumori è fatta la galera, quella delle celle imbiancate dal neon e incrostate di piscio; e sa anche di quali confort sono dotati gli alberghi o le case sul lago dove i magistrati compiacenti hanno consentito a lui e alla sua famiglia di trascorrere le ottantatré vacanze – tutte conformi alla legge, per carità – concesse come premio per le sue confessioni, per i colloqui investigativi, per il suo dire e non dire.

Una cosa sola non ha conosciuto Brusca nella sua carriera di killer all’italiana, di killer cioè che ammazza e poi si pente. Quella gabbia invisibile nella quale vengono rinchiusi per anni gli uomini che, per una illeggibile maledizione del destino – Mysterium iniquitatis, l’avrebbe chiamata San Paolo – vengono segnati a dito da un procuratore ardimentoso e sono poi costretti, per tutta la vita, a vagare per tribunali e corti d’appello, a inseguire avvocati e testimoni, a macerarsi tra ordinanze e perizie giurate, a ricorrere in tutti i gradi di giudizio pur di dimostrare la propria innocenza. E’ la tortura del processo infinito, quello che non si chiude mai, quello che non prevede né clemenza né prescrizione: perché il pubblico ministero, zelante oltre ogni ragionevole dubbio, trova sempre un appiglio – o l’accomodante dichiarazione di un pentito – per chiedere al giudice di merito un supplemento di inchiesta o una riapertura dell’istruttoria.

Il generale Mario Mori

Sono gabbie di raffinata e lucida crudeltà quelle che la malagiustizia riesce a costruire attorno a uomini lontani anni luce da Brusca. Dentro quelle gabbie bianche, eteree e inafferrabili non ci sono pareti maleodoranti né rumori di ferraglie e di cancelli che si chiudono; ci sono vite che lentamente si consumano, aggredite dalla gogna e ammorbate dall’impotenza. Pensate. In una di quelle gabbie c’è rinchiuso, da oltre vent’anni, il generale dei carabinieri Mario Mori, l’uomo che nel gennaio del 1993 arrestò a Palermo Totò Riina, il sanguinario capo dei corleonesi, la cosca delle stragi di mafia, quella alla quale apparteneva Giovanni Brusca. Un gruppo di pm – tutti magistrati coraggiosi, ci mancherebbe altro – lo inseguono senza tregua e lo indicano come il regista di una sporca e inconfessabile trattativa tra lo Stato e la cupola di Cosa nostra. La Corte di Assise di Palermo lo ha condannato in primo grado a undici anni di carcere ma, nel frattempo, la Cassazione ha stabilito – con l’assoluzione piena e irreversibile dell’ex ministro democristiano Calogero Mannino, giudicato con rito abbreviato – che la Trattativa non è altro che una fandonia, nient’altro che una invenzione di un gruppo di inquirenti e di inquisitori che volevano riscrivere la storia d’Italia. Ma il generale Mori, così come gli altri imputati del rito ordinario, dovrà aspettare il verdetto d’appello per uscirne fuori, se mai ne uscirà fuori. Quando finirà il calvario? Nella gabbia della Trattativa non c’è rinchiuso solo Mori, 82 anni. C’è anche Antonio Subranni, 89 anni, che al tempo delle stragi fu pure lui comandante del Ros, reparto operativo speciale dei carabinieri. Vivranno abbastanza per vedere ripristinato il loro onore di alti ufficiali fedeli alla Repubblica?

Antonio Subranni

Chiedete anche questo a Brusca. Lui, il boia di Capaci, ha conosciuto invece l’altra giustizia, quella che sa essere veloce, rapida ed efficiente; quella che lo ha scarcerato addirittura con 47 giorni di anticipo rispetto alla scadenza prevista da un complicato calcolo tra le condanne e la remissione dei peccati. Certo, a lui di Mori o di Subranni non frega assolutamente nulla. Anzi. Dal luogo misterioso in cui si gode la libertà che la legge sui pentiti gli ha comunque garantito, assiste al cinismo con cui la giustizia tiene sotto scacco sbirri e poliziotti, carabinieri e generali pluridecorati: i suoi nemici di sempre. Assiste – magari con un pizzico di compiacimento – al loro sfinimento, alla loro mortificazione, all’accanimento con il quale i magistrati li tengono tenacemente inchiodati al palo del sospetto mentre le anime belle dei giornali e dei talk-show non smettono di perseguitarli, di mascariarli, di indicarli al pubblico disprezzo.

Questi, diciamolo, sono giorni di non trascurabile felicità per Giovanni Brusca. E non solo per la libertà riconquistata giusto un mese fa. Pensate a quanta gioia avrà provato il giorno in cui ha saputo, per esempio, della sentenza del tribunale di Perugia che ha condannato a cinque anni Renato Cortese, un altro eroe della Repubblica, rinchiuso dal 2016 nella gabbia invisibile di un processo surreale, fumoso, etereo; scandaloso, si stava per dire. Lo hanno accusato di sequestro di persona. Gli hanno addossato la responsabilità di avere rimpatriato nel 2013 in Kazakistan, dopo una perquisizione nella sua abitazione di Casal Palocco, Alma Shalabayeva, moglie di un controverso dissidente del regime di Astana, Mukhtar Ablyazov. Più delinquente che dissidente. La signora diceva di avere un passaporto diplomatico, per sé e per la figlia di sei anni, ma il documento era falso. Il rimpatrio – che la sentenza del tribunale ha drammaticamente marchiato come un “rapimento di Stato” – fu regolarmente autorizzato dalla procura di Roma. Ma il collegio giudicante, presieduto da Giuseppe Narducci, non ha voluto mai ascoltare la testimonianza di Giuseppe Pignatone, il procuratore a cui si intestava la titolarità dell’intera operazione. E ha preferito scaricare su Cortese, che nel 2013 era a capo della Squadra Mobile della Capitale, le conseguenze di un “crimine di eccezionale gravità, lesivo dei valori fondamentali che ispirano la Costituzione repubblicana e lo stato di diritto”.

Cortese, promosso nel frattempo a questore di Palermo, ha incassato. Le sentenze si rispettano, ci hanno detto e insegnato fin dalle scuole elementari. E siccome è un uomo delle istituzioni, aspetta con pazienza che venga fissato il processo d’appello: un processo sereno, va da sé, che faccia luce su alcuni passaggi che il primo grado ha, non sempre involontariamente, trascurato. Intanto però lo Stato, e la pubblica sicurezza in particolare, hanno costretto un investigatore di inarrivabile esperienza ad abbandonare i suoi incarichi operativi, a salutare Palermo e a restarsene fermo in una stanza del Viminale a passar carte. Le gabbie invisibili procurano anche questi effetti.

Ma, in attesa che Perugia ritrovi la strada della verità, chiedete a Brusca chi era Cortese. Il boia di Capaci, si ricorderà, come il colonnello Buendia inventato da Garcìa Marquez, di quel lontano pomeriggio in cui la Squadra Catturandi gli mise le manette ai polsi e segnò la fine della sua latitanza. Era il 20 maggio del 1996. Il killer delle stragi aveva trovato rifugio in una villetta anonima nella campagna di Agrigento. L’uomo che lo ha scovato e arrestato era, manco a dirlo, Renato Cortese, giovane investigatore della Squadra Mobile di Palermo. Il quale, per individuare il nascondiglio, si inventò uno stratagemma di inusitata raffinatezza. Attraverso le intercettazioni telefoniche, la polizia aveva scoperto che il boss incontrava il fratello e anche il figlio. Bisognava solo individuare con esattezza la tana. Cortese chiese ai suoi uomini di fare transitare per le stradine di quella zona una moto smarmittata, capace di provocare un rumore assordante proprio mentre Brusca era al telefono. Il trucco riuscì. Gli agenti individuarono con precisione la villa, la accerchiarono, fecero irruzione e il malacarne finì dietro le sbarre. Al momento della cattura stava vedendo, ironia della sorte, un film su Giovanni Falcone.

Quella brillante operazione segnò, per Cortese, l’inizio di una gran bella carriera. Anche perché l’11 aprile del 2006 nella sua rete finì un altro boss di alto rango: quel Bernardo Provenzano, corleonese purosangue come Totò Riina, che si era dato alla macchia nel 1963, un anno prima che Cortese nascesse. Chi avrebbe potuto mai immaginare che un superpoliziotto di così collaudata professionalità sarebbe finito un giorno nelle spire appiccicose di un processo senza fine e nel nerofondo di una condanna che limita i suoi movimenti, i suoi slanci, la sua agibilità?

Brusca, se vuole, ha di che festeggiare. Se la Corte di Appello di Perugia non si affretta a fissare la data del secondo grado, la paralisi sarà irreparabilmente lunga e devastante. Per fortuna – se di fortuna si può parlare in casi come questi – le imputazioni di Cortese non emanano odore di mafia, come quelle di Mori o di Subranni. Quando c’è la mafia di mezzo, si sa, un imputato è per sempre: le leggi varate in clima d’emergenza hanno di fatto cancellato la prescrizione e i processi possono anche perseguitare il malcapitato per una vita intera.

Prendete la storia di Mario Ciancio, potente editore del quotidiano catanese “La Sicilia” che il 29 maggio scorso ha toccato la venerabile età di 89 anni. Per otto anni, a partire dal 2002, le avanguardie della cultura del sospetto gli girano attorno con informative, allusioni, insinuazioni. Gli chiedono conto e ragione delle sue entrate, delle sue uscite, di ogni voce di bilancio. Poi, nel novembre del 2010, la Distrettuale antimafia lo indaga formalmente per concorso esterno e lo chiude nella gabbia bianca di un processo senza fine. Le dicerie sui suoi rapporti con i boss dei clan catanesi approdano in un fascicolo giudiziario unitamente alle dichiarazioni, ovviamente de relato, rese dal pentito Angelo Siino, e da Massimo Ciancimino, il pataccaro figlio di don Vito, che in quegli anni veniva molto coccolato dai magistrati coraggiosi di Palermo e baciato in pubblico persino da Salvatore Borsellino, fratello del giudice assassinato nella strage del 19 luglio 1992 in via D’Amelio.

Nel 2010 tuttavia siamo ancora nella vaghezza. Al punto che il procuratore e il pubblico ministero del tribunale catanese chiedono l’archiviazione. Ma il Gip si oppone e Ciancio diventa la pietra di scandalo nella quale inciampano due giudici delle udienze preliminari: una, Gaetana Bernabò Di Stefano lo proscioglie mentre due anni dopo, in seguito al ricorso della procura, Loredana Pizzino non ci pensa su due volte e lo rinvia a giudizio.

Le sbarre della gabbia bianca si infittiscono il 24 settembre del 2018 quando, a sorpresa, la Sezione Misure di prevenzione dispone il sequestro di tutte le proprietà del gruppo: giornali, televisioni, stazioni radio, terreni e conti correnti. Il vecchio editore, con quote nella Gazzetta del Sud e nella Gazzetta del Mezzogiorno, sembra destinato a soccombere, affogato come Giobbe tra cenere e fango. Ma si sa che c’è sempre un giudice a Berlino. Con una sentenza che è già un’inversione di rotta, la Corte di appello nel marzo del 2020 annulla la confisca: scrive che non è stata provata “alcuna sproporzione tra i beni legittimi” accumulati dall’editore e stabilisce “la mancanza di pericolosità sociale”. La procura presenta puntualmente il suo ricorso ma la partita viene chiusa in via definitiva dalla quinta sezione della Cassazione, presieduta da Maria Vessichelli, che in trentacinque pagine smonta, una dopo l’altra, le accuse rovesciate su Ciancio da pentiti, pubblici ministeri e professionisti dell’antimafia; lo ripulisce da capo a fondo e gli restituisce tutti i beni che il tribunale aveva messo sotto sequestro.

Le gabbie bianche gli hanno però rubato e bruciato venti anni di vita. Riuscirà – lui che marcia spedito verso i novant’anni – a sopravvivere alla prigionia dei processi? Quello intentato dalle Misure di Prevenzione si è chiuso, le gabbie sono state smontate. Resta in piedi quello per concorso esterno. Che va avanti lentamente, stancamente, con udienze rinviate anche di cinque mesi, tanto che fretta c’è. Ma se una sentenza della Suprema Corte ha già messo per iscritto che l’editore de La Sicilia non ha avuto rapporti né con i boss né con i picciotti, a che serve accanirsi?

E’ vero: alle scuole elementari ci hanno insegnato che le sentenze si rispettano. Ma anche i bambini dell’asilo sanno che l’eccesso di giustizia è già malagiustizia. Chiedetelo a Brusca: vi confermerà pure questo.

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