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La verità sul concordato e i 10 punti controversi del ddl Zan

Marco Iasevoli e Francesco Ognibene | Avvenire

Sul dibattito politico già molto acceso sul ddl Zan arriva un articolo del Corriere della sera secondo il quale mons. Paul Richard Gallagher, Segretario per i Rapporti con gli Stati per la Segreteria di Stato della Santa Sede, lo scorso 17 giugno avrebbe fatto recapitare una “nota verbale” all’ambasciata italiana in Vaticano. Oggetto il ddl Zan che, secondo quanto attribuito dal Corriere della sera alla nota stessa, violerebbe “in alcuni contenuti l’accordo di revisione del Concordato”, più precisamente ridurrebbe “la libertà garantita alla Chiesa cattolica dall’articolo 2, commi 1 e 3 dell’accordo di revisione del Concordato”.

Sulla consegna “informale”, a mano, della nota verbale all’ambasciatore d’Italia presso la Santa Sede Pietro Sebastiani il 17 giugno, in occasione di un evento organizzato a Palazzo Borromeo, c’è la conferma del portavoce della Santa Sede Matteo Bruni. Per ora nessun altro commento dal Vaticano. Il cardinale Kevin Joseph Farrell, prefetto del Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita, rispondendo a una domanda nel corso della conferenza stampa di presentazione della Giornata dei nonni, ha detto che “certamente c’è preoccupazione della Santa Sede e di ciascuno di noi”.

“Fonti vaticane” riportate dall’agenzia Agi sostengono che “non c’è la volontà di bloccare la legge, ma una richiesta di rimodulazione per consentire alla Chiesa di esercitare la libertà pastorale, educativa e sociale”.

Cosa prevede l’articolo 2 del Concordato

La nota verbale della Santa Sede richiama l’articolo 2 dell”Accordo tra la Santa Sede e la Repubblica Italiana che apporta modificazioni al Concordato Lateranense Concordato. Ecco cosa dice: “La Repubblica italiana riconosce alla Chiesa cattolica la piena libertà di svolgere la sua missione pastorale, educativa e caritativa, di evangelizzazione e di santificazione. In particolare – si legge al comma 1 – è assicurata alla Chiesa la libertà di organizzazione, di pubblico esercizio del culto, di esercizio del magistero e del ministero spirituale nonché della giurisdizione in materia ecclesiastica”. Inoltre, il comma 3 recita che “è garantita ai cattolici e alle loro associazioni e organizzazioni la piena libertà di riunione e di manifestazione del pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione”.

Il Concordato (non il Trattato) fu rivisto dopo lunghe trattative nel 1984. La revisione venne firmata a Villa Madama, a Roma, il 18 febbraio dall’allora presidente del Consiglio Bettino Craxi, per lo Stato italiano, e dal cardinale Agostino Casaroli, Segretario di Stato, in rappresentanza della Santa Sede.

L’articolo 7 del Ddl Zan

A preoccupare la Santa Sede è l’articolo 7 del ddl “Misure di prevenzione e contrasto della discriminazione e della violenza per motivi fondati sul sesso, sul genere, sull’orientamento sessuale, sull’identità di genere e sulla disabilità”, che non esenterebbe le scuole paritarie dall’organizzare attività in occasione della costituenda Giornata nazionale contro l’omofobia, la lesbofobia e la transfobia.

Non si contesta la legittimità di tutelare determinate categorie di persone, ma si segnala il rischio di ferire libertà sancite dal Concordato, commenta a Vatican News, il costituzionalista Cesare Mirabelli. In particolare, sottolinea Mirabelli, “alle garanzie della libera espressione di convinzioni che possono essere legate a valutazioni antropologiche su alcuni aspetti. È particolarmente rischioso se la previsione di norme penali possano limitare la libertà di espressione e di manifestazione del pensiero”.

Sotto questo aspetto la nota verbale della Santa Sede è una comunicazione che viene fatta, “una segnalazione di attenzione per il rischio di ferire alcuni aspetti di libertà che l’accordo di revisione del Concordato assicura. Non si chiedono quindi privilegi”, aggiunge. “Il crinale – continua il costituzionalista – è molto sottile nel senso che si deve evitare che ci sia un rischio di sanzionare penalmente espressioni o comportamenti che sono riconducibili a convincimenti, ma che non sono né di aggressione, né di violenza, né d’incitazione all’odio, anche se possono altri su queste opinioni fondare le loro condotte”.

Sfumata ormai l’immagine del progetto che avanza tra consensi quasi unanimi, il ddl Zan conferma di richiedere una revisione profonda alla luce di un confronto vero e plurale, per non perdere l’occasione di includere le osservazioni serie emerse da molte voci, anche dello stesso schieramento progressista nel quale la bozza è nata. Nelle ultime settimane interviste e approfondimenti sulle pagine di Avvenire – che si sommano a quelli dei mesi scorsi – hanno permesso di mettere a fuoco i punti critici. Proviamo a riassumere schematicamente i principali.

I 10 punti controversi del ddl Zan

1. L’ordinamento italiano – e anche la legge Mancino, la numero 122 del 1993 che il ddl vuole modificare – già tutela ampiamente le persone soggette per qualunque motivo a manifestazioni di odio e violenza, tant’è vero che le aggressioni a persone omosessuali vengono sempre perseguite dalle forze dell’ordine al pari di tutte le forme di discriminazione, senza bisogno di un’aggravante specifica.

2. Il ddl introduce il concetto di “identità di genere” aggiungendolo nell’articolo 1 a quello di “sesso”: ma l’uno esclude l’altro, visto che il primo si basa su un’auto-percezione soggettiva che può anche essere diversa dal dato di fatto biologico del secondo. Questa apertura indeterminata a ogni possibile identità diventa di fatto l’architrave dell’intera legge.

3. Molti ritengono che l’identità di genere tenda a «cancellare la differenza sessuale per accreditare una indistinzione dei generi» – come si legge nell’appello «di personalità dell’area di centro sinistra» –, con «una confusione antropologica che preoccupa». E che diventerebbe «il luogo in cui si vuole che la realtà dei corpi – in particolare quella dei corpi femminili – venga fatta sparire», come lamentano le associazioni femministe e lesbiche.

4. La “identità di genere” nella sua indeterminatezza soggettiva non appare adatta a sostenere una legge, che ha bisogno di certezze oggettive, e tantomeno una norma (l’articolo 604-bis del Codice penale) che prevede sanzioni a chi ne viola il dettato.

5. È più che dubbio che la ridefinizione di concetti fondanti relativi alla persona umana possa avvenire per legge. Ma quand’anche dovesse accadere, una legge simile dovrebbe esprimere un consenso vastissimo, e non essere ottenuta a colpi di maggioranza su una norma profondamente divisiva nel Parlamento e nel Paese come questa.

6. La Costituzione afferma all’articolo 3 la «pari dignità sociale» di tutti i cittadini «senza distinzione di sesso…»: un’espressione che non esclude nessuno, per definizione, e che non dovrebbe autorizzare l’identificazione per legge di un gruppo di cittadini distinti dagli altri per un criterio soggettivo come l’identità di genere.

7. L’introduzione di donne e disabili tra le categorie sociali meritevoli di speciale tutela accanto alle persone omo e transessuali equipara in modo forzoso condizioni (e possibili discriminazioni) assai diverse, oltre ad apparire strumentale per allargare il consenso alla legge. Ci sono altre urgenze per donne e disabili: ad esempio, una legge che riconosca il ruolo sociale dei caregiver (in gran parte donne), da anni attesa da milioni di italiani.

8. La «Giornata nazionale contro l’omofobia, la lesbofobia, la bifobia e la transfobia» apre la porta delle scuole all’idea che l’identità di genere e non il sesso definisca una persona, un concetto che dal punto di vista educativo è più che discusso, di fatto escludendo la possibilità di affermare la tesi contraria, ritenuta potenzialmente discriminatoria. Senza contare che potrebbe essere ritenuto omofobico escludere dall’incontro con bambini e ragazzi coppie gay che promuovono l’idea della genitorialità tramite maternità surrogata.

9. L’articolo 4 fa salve «libera espressione di convincimenti od opinioni» e «condotte legittime riconducibili al pluralismo delle idee o alla libertà delle scelte» ma con un limite ambiguo: «Purché – specifica il testo – non idonee a determinare il concreto pericolo del compimento di atti discriminatori o violenti». Una previsione alquanto vaga, affidata all’interpretazione di ogni giudice. La sola minaccia di conseguenze penali, peraltro, può indurre una compressione della libertà di pensiero e di educazione sotto la minaccia di “omofobia”.

10. La sfida della pandemia impone unità di intenti e di sforzi. Non è chiaro perché si sia voluto introdurre proprio ora nei lavori parlamentari e nel dibattito pubblico – senza una vera emergenza sociale che lo giustifichi – un tema che minaccia di rompere una coesione faticosamente raggiunta. A una legge si può arrivare solo dopo un dibattito approfondito, rispettoso delle differenze, capace di costruire un consenso unanime, aperto a tutta la società civile, ad esempio sul modello degli “stati generali della bioetica” che in Francia hanno preceduto la revisione della legge in corso in Parlamento.

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