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Arrestato ed estradato in Italia Zandomeneghi, l’uomo del “sacco” alla DC

Arrestato in Slovenia ed estradato in Italia mercoledì scorso, il suo nome lì per lì non dice molto: Angiolino Zandomeneghi, anni 63. Deve scontare poco meno di 13 anni per truffa e bancarotta fraudolenta. Ma se il suo nome lo si rammenta a chi, tra difficoltà e liti furibonde, gestì la pesante eredità della Dc, la lampadina s’accende subito: «E chi se lo dimentica…», dice Gianfranco Rotondi. Pierluigi Castagnetti è ancora più preciso: Zandomeneghi si pronuncia con l’accento sulla prima “e”. Comunque: fu l’autore del clamoroso sacco alla Dc, soffiando via agli eredi della Balena Bianca oltre 200 immobili per due spicci, senza poi neanche pagarli tutti.

Un raggiro oppure una spericolata ma legittima operazione finanziaria, la vicenda si intreccia con il disfacimento politico prima che economico dei partiti che sorressero la Prima Repubblica; organizzazioni pesanti fatte, sì, di beni immobili — sedi, sezioni, giornali, centri studi e anche sportivi — ma pure di militanza e passione. «Tante di quelle sedi vennero costruite con le mani e il sudore dei nostri stessi militanti», ricorda non a caso Castagnetti. La caduta del Muro di Berlino e Tangentopoli si portano via i vecchi partiti: Dc, Pci, Psi, Msi. Chi si scinde, chi si rinnova, chi sparisce del tutto. Il più grande, appunto la Dc, fino ad allora baluardo contro il pericolo comunista, non ha più la grande minaccia a tenerlo assieme. Il bipolarismo fa il resto e i democristiani si dividono in due tronconi: quelli di “sinistra” rifondano il Ppi, quelli di “destra” danno vita a Ccd e Cdu.

Ci sono da dividersi proprietà e ingenti debiti. La Dc aveva oltre 100 miliardi di lire di esposizione verso banche e fornitori, ma anche più di 500 immobili (da palazzi di pregio a garage di periferia) che sul mercato, se messi insieme, valevano qualcosa di più. Venderli aveva un senso: ormai chi frequentava più le sedi di partito? Così negli anni ’90 comincia la dismissione attraverso le cartolarizzazioni. «A un certo punto facciamo un accordo con il Ppi a Cannes — racconta Rotondi, che con Buttiglione era nel Cdu — Noi ci prendiamo il simbolo dello scudocrociato, che aveva un peso simbolico ed elettorale, e loro si tengono le proprietà rimaste, che avevano anch’esse valore ma da mantenere erano ormai troppo costose».

Ed è qui, in questa fase di passaggio e di caos fra eredi, che entra in scena Zandomeneghi, veneto di Colognola ai Colli, terre di ferventi democristiani poi convertiti al leghismo. «Gli affaristi avevano fiutato il mercato, andavano in cerca degli immobili dei partiti perché sapevano che erano in crisi», spiega Rotondi. Nel 2002 come detto offre 3 miliardi più l’accollo dei debiti, una ventina di miliardi di lire, di due società immobiliari della Dc che gestivano i beni. Valore stimato complessivo tra i 50 e i 70 miliardi. Appartamenti e sedi a Firenze, Livorno, Trieste, Udine, Perugia, Piacenza — indirettamente ci finisce anche la storica sede nazionale di palazzo Sturzo all’Eur — ma pure una stalla, secondo la testimonianza di Zandomeneghi che ovviamente si adoperò per sminuire la portata dell’affare. «Edifici spariti in scatole cinesi incastonate l’una nell’altra fino a condurre a una misteriosa finanziaria con sede in un pollaio nelle campagne istriane di Babici e intestata a un croato che scaricava cassette al porto di Trieste », ricostruirono Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo in La Casta .«Signor giudice, è una storia kafkiana quella in cui sono rimasto coinvolto», spiegò poi Zandomeneghi durante il processo intentato dal Ppi, che con ampio ritardo aveva capito d’aver preso la fregatura; solo che nel partito nessuno era più in grado di ricostruire chi fossero stati i responsabili della trattativa con Zandomeneghi. Il resto è una sequela infinita di procedimenti, istanze di fallimento, richieste di atti, accuse a mezzo stampa e la fuga all’estero. Tanto che oggi a nessuno sembra ormai interessare davvero che fine abbia fatto il tesoro democristiano. Fattacci e miserie umane che — per chiuderla con le parole di Rotondi — «accadono anche nelle migliori famiglie ».

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