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Riforme, se a rischiare è la Costituzione

Montesquieu | La Stampa

Il governo Draghi è al lavoro. In Europa è protagonista, con la prospettiva in tempi brevi, di una leadership continentale. All’interno, il governo dialoga con le Camere, in una collaborazione leale, senza gerarchie, nello spirito della Costituzione. Non è stato sempre così; anzi, non è mai stato così. La demonizzata “consociazione” parlamentare era e fu il risarcimento per l’esclusione pregiudiziale dal governo di un terzo del Paese, imposta dagli equilibri internazionali. Ha prodotto riforme su cui ancora si regge un po’ della giustizia sociale che resta, come la riforma sanitaria, che la pandemia ci ricorda ogni giorno; ed è stato l’unico esempio di una solidarietà nazionale spontanea, di sistema, che non aveva bisogno della formalizzazione in formula di governo. La forza delle democrazie.

Da quel rapporto, sbilanciato ma solidale, tra Parlamento e governo, siamo passati d’un botto allo strapotere dei governi. Vari i motivi: la coincidenza tra l’avvento (momentaneo) del sistema maggioritario e la dissoluzione dei partiti di una intera maggioranza; la nascita del primo modello di start up politica, geniale e spregiudicata. Il partito simbolo di una lunga serie di partiti personali, il primo soggetto populista nel nostro panorama politico, è l’opposto dei partiti disegnati nella Costituzione, all’articolo 49: associazioni nate da cittadini uniti dal sentire affine per concorrere a determinare la politica nazionale con metodo democratico. E’ solo l’inizio di quella che con il tempo diventerà una radicale divaricazione tra Costituzione formale e quella materiale.

La nostra Costituzione rimane tale, a fare bella mostra di sé: ma non si usa più. E si creerà un nuovo assurdo bipolarismo, di fatto, incarnato da governi che hanno fagocitato il Parlamento, e pacifici capi dello Stato investiti d’un tratto della responsabilità di parare i colpi alla nostra convivenza costituzionale. Sta in questa sintesi esasperata la odierna debolezza della nostra politica: lo strapotere di un leaderismo autoritario, il richiamo agli istinti, la giustizia come messa al bando dell’avversario e salvacondotto di sé. Il garantismo è autogarantismo, il giustizialismo è eterogiustizialismo. Un solo fenomeno, non due culture. Malagiustizia e malapolitica non nascono oggi.Il governo sta facendo la propria parte, come previsto, in pieno. Ai partiti, il compito di supportarlo: con i tempi e i partiti che corrono, almeno di non ostacolarlo. Il germe del populismo è essenza per alcuni, inevitabile contagio per altri. Fu un segretario del partito costituzionale per definizione, a progettare una riforma di sistema imperniata sulla parola d’ordine del “Senato gratis”: idea compatibile con quella della rappresentanza politica come privilegio di una casta, dei feroci vandalismi politici quali il taglio dei vitalizi dei vecchi parlamentari; e altro che vediamo ogni giorno nei menu della nostra politica.

Lo scontro sordo che si viene delineando, inconfessato ma decisivo, è sui tempi e sui confini dell’opera di un governo guidato dal più capace uomo pubblico e garantito da un capo dello Stato del quale scade tra breve la principale prerogativa, lo scioglimento delle Camere; appena più in là, il mandato. Una battaglia contro il tempo, tutta interna a una maggioranza in cui l’opposizione è interna, infiltrata e incorporata, mentre il ruolo di opposizione costituzionale è onorato dal partito di Fratelli d’Italia.

Se il governo riuscirà a superare il passaggio dell’elezione del nuovo capo dello Stato, resistendo al subdolo tentativo di trasferire il “migliore” uomo di governo in un ruolo, quello di garanzia, per il quale il modello non è lui, ma piuttosto quello in servizio; se riuscirà a superare la barriera, temporale e di merito, frapposta da chi sulla conservazione del proprio gruzzolo di consenso si gioca tutto, sarà forse possibile per gli elettori disporre alle prossime elezioni di un’offerta elettorale compatibile con le sfide di un tempo tanto complicato.

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