ponte sullo stretto

Ponte di Messina, dalla manifestazione a Roma al progetto definitivo: il decisivo contributo degli autonomisti

Ripercorriamo la storia dell’opera pubblica più dibattuta della storia d’Italia con una intervista a Giuseppe Maria Reina, sottosegretario al Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti al tempo in cui venne approvato il progetto definitivo del Ponte

Da qualche mese si è riacceso il dibattito sul Ponte di Messina. Scartato dal Recovery Plan adesso si cercano altre vie per il suo finanziamento e la sua definitiva realizzazione. Prima fra tutte l’inserimento nel fondo complementare che, per altro, risolverebbe il problema dei tempi di consegna delle opere (che per quelle inserite nel Recovery plan è il 2026). Ma ancora oggi nei documenti collegati al grande piano di rilancio pensato dall’Europa per il post Covid non c’è traccia del ponte, tanto che il delegato del Governo regionale al tavolo delle trattative, Gaetano Armao, di fronte al ministro per il Sud Mara Carfagna ha finalmente dato un out-out: “o c’è il via libera al Ponte o la Sicilia non darà il suo ok al Recovery”.

Finalmente una presa di posizione chiara e determinata, come non se ne vedevano ormai da anni. Da quanto, ad esempio, migliaia di Siciliani si riversarono sulle strade di Roma non per elemosinare misure assistenziali ma per pretendere la realizzazione di quella infrastruttura che può davvero cambiare la storia di questa terra. Quel giorno di settembre del 2006 a Roma capirono che qualcosa in Sicilia era cambiato e non fu un caso se il successivo Governo, guidato da Silvio Berlusconi, fu quello che, grazia alla decisiva spinta del Movimento autonomista siciliano, arrivò ad un passo dalla sua realizzazione, mettendo proprio al Ministero delle infrastrutture e dei Trasporti un sottosegretario dell’MPA, Giuseppe Maria Reina.      

Dottore Reina, torniamo a parlare di Ponte sullo Stretto. Facciamo subito un salto indietro, negli anni del IV governo Berlusconi. Con lei sottosegretario al Ministero dei Trasporti l’opera era ormai giunta ad un passo dalla realizzazione. Poi ci si è fermati di nuovo. Cosa successe?

Mi lasci iniziare con una considerazione. E’ tempo che del ponte non si parli più. Tutto quello che doveva essere detto è stato detto, tutti gli studi che dovevano essere stati fatti sono stati fatti. E’ solo tempo di farlo, se lo si vuole. Tornando alla sua domanda, quel che è successo è molto semplice. Cadde il Governo Berlusconi ed il successivo governo tecnico, e tutti quelli che seguirono, misero da parte il progetto che era già esecutivo, definitivo, pronto per essere realizzato.

 Inizia così l’intervista a Pippo Reina, autonomista di lungo corso che nel IV Governo Berlusconi, dal maggio del 2008 al novembre del 2010 ha rivestito la carica di sottosegretario del ministero delle infrastrutture e dei trasporti, oggi ricoperta da un altro siciliano, il grillino Giancarlo Cancelleri

Perché quest’opera, di cui si parla praticamente da più di un secolo, non è ancora stata realizzata. Quali sono le resistenze più forti?

La verità è che non è mai stato un problema di costi. Le basti pensare che l’importo complessivo del progetto del ponte approvato dal Cipe era 6,5 miliardi, di cui 3 miliardi a carico dello Stato ed il resto in project financing, mentre solo il terzo ramo della metropolitana di Roma è costato 7 miliardi. La verità è che chi non vuole il ponte non vuole lo sviluppo del sud. Il ponte è la rivoluzione del sistema economico italiano. Veda, è sufficiente guardare la cartina geografica per rendersi conto che la Sicilia è la piattaforma internodale perfetta per tre continenti: Asia, Africa ed Europa. Ed invece gran parte dei traffici commerciali fra questi tre continenti si compiono allungando inverosimilmente le tratte navali per approdare a Valencia o nei grandi porti del nord Europa. E’ chiaro a tutti che la realizzazione del Ponte determinerebbe come inevitabile conseguenza, e sotto una fortissima pressione dei mercati intercontinentali, nuove ferrovie ad alta velocità ed alta capacità, nuove autostrade, nuovi interporti in Sicilia, in Calabria, facendo del sud del paese il vero motore del commercio euromediterraneo. Ed è proprio questo il punto! Il nord questo non lo vuole e, se devo dirla tutta, a mio parere non si arrenderanno mai. Il Ponte non si farà perché a loro non interessa. Il loro interesse è quello di mantenere integri i loro sistemi internodali ed i loro centri di interscambio che attingono alle direttrici del nord Europa. Il fatto che si possa partire da giù e non dalla Spagna o dalla Francia diventerebbe per il settentrione un problema di portata enorme. Poi è chiaro che a fare da sponda a questa scellerata impostazione ci sono state anche connivenze ed interessi economi contrastanti anche al sud. In molti hanno interesse a mantenere lo status quo. Per questo tanti deputati siciliani e calabresi, hanno fatto per anni orecchie da marcante.

Si parla molto in questi giorni di una ipotesi di Ponte a tre campate. Qual è la sua opinione in merito

Solo una perdita di tempo, segno di una volontà ballerina. Tutte le idee alternative sono state attentamente vagliate. Ad esempio l’idea del tunnel sotterraneo era stata scartata, già molti anni fa. L’opera è molto più stabile se viene realizzato in superficie, anche e soprattutto dal punto di vista sismico. Gli studi antisismici e le ipotesi a quel tempo vagliate sono tali da prevedere che il ponte ad unica campata, in caso di un movimento tellurico pari a 6 – 7 gradi della scala richter, rimanga esattamente come si trova, spostandosi di 2-3 centimetri per poi tornare in posizione dopo la scossa. Abbiamo studiato tutto, anche l’impatto del vento, anche il possibile impatto sul volo degli uccelli. Insomma per il progetto del ponte a campata unica è tutto pronto, anche per salvaguardare il passaggio dallo stretto delle grandi navi. Attorno all’attuale, ed unico progetto esecutivo del Ponte sullo Stretto ci sono state equipe di studio internazionali, olandesi, americani, giapponesi. Il meglio al mondo ha lavorato su ogni ipotesi, determinando unanimemente che la soluzione migliore è quella già oggi cantierabile. Non si capisce perché riaprire il dibattito su questo punto. Cos’altro dovrebbe studiare una nuova commissione?

Sulla scorta della sua esperienza quale consiglio darebbe a chi si trova oggi al suo posto?

Se davvero vogliono il Ponte, non c’è altro da fare se non prendere il progetto approvato al CIPE, riadeguarlo economicamente e tecnicamente e partire. Si potrebbe già avviare il cantiere dopo l’estate ed in 5anni avremmo il ponte. Noi, partendo nel 2010, pensavamo di completarlo nel 2016. Percorrere altre strade sarebbe una fesseria. Purtroppo però continuo a sentire troppe espressioni di soggetti improvvisati in materia. C’è addirittura chi parla di realizzare prima l’alta capacità e alta velocità e poi pensare al Ponte. E’ un benaltrismo intriso di ignoranza. Pensare di realizzare queste opere senza il ponte è semplicemente assurdo, informate questi signori che i treni di alta velocità e alta capacità non si possono scomporre e che nessuno mai realizzerebbe simili opere solo per i collegamenti infraregionali.

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