giuseppe livatino

Livatino, il postulatore della causa di batificazione: “ecco il magistero di Rosario”

Intervista tratta da vaticanews

A don Livatino chiediamo, prima di tutto, quali parole di Rosario Livatino l’hanno colpito di più, raccogliendo e studiando i suoi due interventi pubblici e soprattutto le confidenze scritte sulle sette agendine.

R. Le parole che più colpiscono, leggendo le agende di Rosario, scritte con grafia minuta, a matita, certamente sono quelle di preoccupazione che lui esterna riguardo ai suoi genitori. Quando stanno poco bene, ma soprattutto, a partire dal 1984, quando comincia a comprendere che probabilmente il prezzo da pagare per la sua coerenza morale e professionale sarà quello della vita. In quel momento, quando lui finalmente chiude questo periodo, che potremmo chiamare anche di notte oscura della sua vita, nel 1986, quindi dopo due anni, come se dimostrasse di accettare questo probabile prezzo da pagare, ha un’unica preoccupazione: quella di evitare che del male possa giungere ai suoi genitori attraverso di lui. L’unica sua preoccupazione, quel momento non è più la probabilità del sacrificio della vita, ma pensa al dolore che la sua uccisione procurerà ai suoi genitori, che lui che venerava. Questa è una delle cose che mi ha impressionato certamente di più.

Nelle sue agendine, emerge infatti il suo legame stretto con i genitori, ma anche il desiderio di amore coniugale, che non volle e non potè coronare, per i rischi che correva e che avrebbe fatto correre ad una sua eventuale famiglia. Cosa può dirci di questo?

R.- Viene fiori anche qui l’umanità e la normalità di Rosario. Lui ha un grande desiderio: di formare una famiglia, una bella famiglia cristiana. Persegue questo sogno per un periodo di tempo, c’è un fidanzamento ufficiale che poi però va a monte, però la sua tensione rimane sempre quella per una vita normale e ordinaria. Certamente lui faceva bene il suo lavoro, correva anche dei rischi, però la tua ricerca prioritaria era quella della normalità. Tanto che quando i genitori seppero la notizia del suo omicidio, rimasero totalmente turbati, soprattutto per il fatto che non si aspettavano una cosa del genere. Perché lui non aveva mai trapelare nulla, e perché la stampa non ti era mai occupata di Livatino. Non c’era nessuna intervista, non c’era nessuna notizia che potesse in qualche modo far prevedere ai genitori un epilogo così tragico della vita del giovane figlio. C’è questa sua attenzione, soprattutto, di rimanere nel nascondimento, di fare il suo lavoro di ogni giorno. Collabora strettamente nelle grandi indagini sulle mafie internazionali con Falcone e Borsellino e si trovano tracce anche nelle sue agende di questa attività giudiziaria molto importante. Però rimane il giudice che è sconosciuto ai più: moltissimi anche a Canicattì, non sapevano neanche chi fosse quel ragazzo che vedevano scendere da casa, che vedevano andare alla posta a fare la fila, che vedevano all’edicola a comprare il giornale. Nessuno sapeva, o pochissimi sapevano chi fosse in realtà,  un grande magistrato con una grande responsabilità sulle spalle, e con una grande storia della sua attività giudiziaria.

E quale gesto, atteggiamento o consuetudine del prossimo beato crede descriva bene chi è stato Rosario Livatino?

R. -Certamente ci sono molti episodi, scoperti anche questi dopo la morte. Come quello semplice, ma molto significativo, di recarsi nella chiesa di San Giuseppe, ad Agrigento, ogni mattina, prima di affrontare la sua giornata di lavoro sicuramente pesante e carica di responsabilità. Qui riscrive esattamente quelle famose tre lettere che si trovano su tutte le agende: “Sub Tutela Dei”. Rosario sente un fortissimo bisogno di camminare sotto lo sguardo di Dio, perché è chiamato ad assolvere un compito che è gravoso per un uomo: e cioè quello di giudicare, e lui lo dice anche una delle due conferenze, quella su Fede e Diritto, nel 1986 a Canicattì. Dice: “Il peccato è ombra, e per giudicare occorre la luce.  Ma nessun uomo è luce assoluta”. Quindi c’è questa sua attenzione, questo anelito, a camminare sempre sotto lo sguardo di Dio, per poter svolgere bene questo compito gravoso che è quello di rendere giustizia. Tant’è che per lui stesso il rendere giustizia, diventa dedizione a Dio, diventa realizzazione, diventa preghiera.

Quindi “sguardo” e non “tutela”: perché se il senso è essere sotto la tutela di Dio, Dio non è riuscito a proteggerlo…

R.- La radice latina della parola conduce soprattutto allo “sguardo”. Sotto la protezione di Dio lui si è sentito sempre. Rosario ha sempre avuto una fortissima fiducia e lo vediamo anche nelle agende: vediamo che nei momenti di difficoltà ha sempre e comunque la capacità di mettere tutto nelle mani di Dio. E’ lì che lui si sente protetto, sicuro. Ma ha bisogno di un di più che stavolta dipende da lui: scegliere di camminare sotto lo sguardo di Dio. Perché la protezione di Dio è un qualcosa che viene direttamente da Dio. Il camminare sotto lo sguardo, invece è una scelta che lui fa, ogni giorno, di mantenersi lontano dal peccato, per poter vivere da buon cristiano e soprattutto per poter svolgere bene questo compito, a servizio dello Stato, del corpo sociale.

C’è un altro gesto, quello di recarsi personalmente a consegnare il mandato di scarcerazione per un detenuto a fine pena, perché non trascura neanche un minuto in più in cella di quanto stabilito…

R.- E’ un fatto che accade il 16 agosto 1984, quando le macchine non avevano l’aria condizionata, e lui comunque aveva una vecchia Ford Fiesta color amaranto. Eppure da Canicattì parte per andare ad Agrigento e lì lo accoglie anche lo stupore degli agenti di polizia penitenziaria, che gli chiedono subito, quasi in maniera ironica: “Dottore, ma che fa qua lei oggi?”, in una giornata di ferie, festa e relax. E lui risponde che è giusto che il debito pagato con la giustizia, porti poi effettivamente ad una scarcerazione di un uomo che ha diritto alla sua libertà nel momento in cui finisce di pagare quella pena. Ma questa forma disponibilità e anche di fortissima umanità la troviamo veramente in tantissimi piccoli gesti, che ci vengono raccontati anche dal personale del palazzo di giustizia di allora. Livatino era l’unico magistrato che si fermava a parlare con gli impiegati, ma è anche il rispetto che manifesta anche nei confronti degli imputati, e questa sua ricerca, sempre molto attenta, della verità. Il suo essere magistrato, non per mandare in galera la gente, ma soprattutto per stabilire la verità, e stabilirla con giustizia. Diversi avvocati difensori nei processi in cui era coinvolto anche Livatino come pubblico ministero, hanno raccontato che gli mandava in tilt, perché loro, avvocati difensori chiedevano ad esempio una pena di 6 anni e Livatino come pubblico ministero chiedeva poi una pena di 5 anni e mezzo. Questo perché riteneva opportuno che in quel momento la legge si dovesse essere applicata, ma c’erano condizioni favorevoli al colpevole che comunque andavano riconosciute e quindi andavano applicate.

Infatti, il giovane magistrato diceva che la giustizia dev’essere superata dalla carità, e poi agiva concretamente dimostrando vicinanza umana ai colpevoli che aveva fatto condannare, ai detenuti e alle vittime delle guerre di mafia…

R. – Sì, c’è un episodio raccontato dai custodi dell’obitorio di Agrigento. Lui andava spesso lì per le cosiddette “ricognizioni cadaveriche”, anche per morti ammazzati nelle guerre di mafia. La vedevano per prima cosa entrare nella stanza della sala mortuaria, farsi il segno della croce e poi raccogliersi in preghiera per qualche minuto, prima di iniziare la sua attività. Ma anche quando invece va sul luogo dell’agguato insieme ad un sottufficiale dei carabinieri, e questo manifesta una certa contentezza perché, dice, “finalmente ci siamo tolti di mezzo un altro ‘nemico’” dato che era morto un altro boss mafioso ammazzato da altri mafiosi, Livatino lo rimprovera severamente e gli dice: “Di fronte alla morte chi ha fede prega, e chi non ha fede tace”. E’ la sua storia cristiana che lo porta ad avere il massimo rispetto della persona. Riesce sempre a distinguere tra reo e reato. Comprende bene che il reato è una cosa comunque da condannare, ma il reo rimane sempre una creatura di Dio che ha quindi dritti e dignità e per il quale bisogna trovare spazio anche per la comprensione e la misericordia.

In precedenti interviste, lei ha voluto sottolineare innanzitutto la straordinaria coerenza, cristiana e civile, di Rosario. Ce ne può dare un esempio?

R.- Non è un magistrato che va a messa la domenica e basta. Ma è il magistrato che conosce profondamente la Scrittura, la fa diventare il suo stile di vite, il suo punto di riferimento. Conosce gli scritti dei Padri della Chiesa, conosce i testi del magistero, conosce ed applica i documenti del Concilio Vaticano II. La sua è una fede che costruisce realmente pezzo per pezzo. Questo fa di lui veramente il cristiano credibile che si rapporta quotidianamente con il Vangelo e che fa riferimento al suo Signore in ogni istante della sua vita. Le agende sono piene di atti di lode e di ringraziamento al Signore per il momento belli che vive, ma anche nei momenti di difficoltà lo troviamo lì ad invocare sempre l’aiuto del Signore. Per questo si può parlare realmente di un magistero di Rosario Angelo Livatino, e questo magistero lui lo vive da cristiano e da buon servitore dello Stato. Non sono due momenti scissi uno dall’altro: per lui è un tutt’uno. La sua vita è fatta di testimonianza evangelica e di fedeltà alla Costituzione. Perché giustamente se uno è un buon cristiano, deve necessariamente essere un buon cittadino. Ecco perché anche l’odio e l’acredine da parte non solo della mafia, ma anche di alcuni giornalisti. Che non l’hanno visto di buon occhio perché lui gli impediva quasi di lavorare solo perché non gli passava le indiscrezioni e quindi non permetteva a certa stampa di sbattere in prima pagina il classico mostro. Ma proprio per questo è stato comunque apprezzato da tantissimi altri giornalisti e molto hanno anche deposto al processo di canonizzazione e hanno detto che ha fatto bene, perché era un difensore strenuo del segreto istruttorio. Sono tutti i dati veramente essenziali, come il fatto stesso di non voler apparire. C’è il maxi processo “Santa Barbara” del 1984, quando per la prima volta tutti i capi cosca agrigentini sono alla sbarra, grazie all’indagine condotta da Livatino, e giornalisti chiedono una foto ricordo di tutti i magistrati che in quel momento lavorano in tribunale e in procura ad Agrigento. Ma ottengono subito il diniego di Livatino che dice: “Non siamo qui per parlare e far parlare di noi, siamo qui per rendere giustizia”. E quella foto non si fece.

Il feretro di Rosario Livatino portato in spalla dai colleghi del palazzo di giustizia di Agrigento, il giorno del funerale
Il feretro di Rosario Livatino portato in spalla dai colleghi del palazzo di giustizia di Agrigento, il giorno del funerale

Come parlerebbe, in breve, di Rosario Livatino a un giovane che non conosce la sua vita e la sua testimonianza?

R.- Cercherei di fargli capire quanto sia importante la visione di Livatino del mondo e delle cose. Prima fra tutte l’importanza che lui dà a fondare la vita su dei valori e lo dice anche nelle sue conferenze: l’uomo ha bisogno di valori, ma valori che siano tali, intramontabili. Possono essere valori cristiani, legati al Vangelo, possono essere valori civili. E lui, fondando la sua vita sui valori afferma anche la sua libertà. Oggi tutti parlano di libertà, tutti parlano anche di valori, ma realtà si sta parlando di pseudolibertà e di disvalori. C’è in lui questa tensione continua a vivere la vita veramente in pienezza, che è la cosa più bella che un uomo possa fare, nella dedizione di sé agli altri, nel perseguimento del bene comune. Per arrivare al raggiungimento della propria felicità. Perché Livatino questo concetto: la vita è ricerca della felicità, ed essere felici vuol dire far felici gli altri, perché quando sono felici gli altri, sono felice anche io.

Se la Sicilia di oggi è diversa da quella di 30 anni fa, è grazie anche alla sua testimonianza credibile? La sua vita, la sua morte ora la sua beatificazione hanno già cambiato e stanno ancora cambiando i cuori dei siciliani? I vescovi nel loro messaggio per la beatificazione dicono: “Non abbastanza”…  

R.- Livatino è stato un seme, che è caduto a terra e che ha dato molti frutti, ma che ancora fa difficoltà ad entrare in determinati ambienti. Perché al di là della cultura mafiosa, c’è un sentire mafioso che permea in maniera ancora più profonda moltissime coscienze. Perché la cultura mafiosa comporta una corresponsabilità, una adesione piena ad un modo di agire e di pensare. Ma il sentire mafioso è più subdolo, perché qui c’è molto, molto diffusa la cultura del familismo. Per cui ci sono dei “valori” che in realtà non sono tali e diventano disvalori, come quello dell’amicizia, della conoscenza, della familiarità che ci fanno comportare in maniera diversa a seconda di chi abbiamo di fronte. Livatino comprende che il “sì” detto ad una persona in una determinata circostanza, può significare non un atto di benevolenza ma invece un danno alla persona, e può significare una compromissione da parte di chi quel sì lo dice. Quando un giorno va da lui un sacerdote, suo ex insegnante a chiedergli una piccola raccomandazione, Livatino non cede: sorridendo gli risponde. “Ma lei quando confessa accetta raccomandazioni?”. Lui ha questa forza di mantenersi veramente equidistante da ogni tipo di interesse, da ogni tipo di circostanze che possano qualche modo far flettere anche la sua dirittura morale. E lui era una sorta di enciclopedia vivente da tutti i punti di vista. Una persona talmente dotata, talmente straordinaria, da diventare punto di riferimento per i colleghi e punto di riferimento anche per l’amministrazione della Giustizia, qui in una terra difficile come quella di Agrigento.

Di sicuro ha cambiato però il cuore di un killer che si è pentito, grazie a lui…

R.- Certamente questo seme ha prodotto i suoi frutti negli uomini e nelle donne di buona volontà, ma pensiamo anche a quello che è stato il cammino di conversione che ha fatto uno dei quattro killer (Gaetano Puzzangaro, n.d.r.), che in quel momento è stato coinvolto in questo omicidio, non sapendo neanche chi era il soggetto da sopprimere. Lui non sapeva nulla di Rosario Livatino, ma gli fu chiesto questo favore e lui, da buon familista detto subito sì, perché si trattava di fare un favore a degli amici. Ma poi ha cominciato a conoscere la figura di Livatino, e quando io ho incontrato questo killer nel carcere di Opera, mi ha ripetuto fino all’ossessione una frase: “Se potessi tornare indietro”. Me l’ha ripetuta fino al punto tale che poi l’ho dovuto interrompere, e ho detto: “Guarda che indietro non si può tornare, però avanti puoi andare”. E guardare il risultato: questo killer ha scritto una lettera ai giovani del suo paese, Palma di Montechiaro, dove ha raccontato la sua esperienza,le sue illusioni e le sue disillusioni e soprattutto ha cercato di fare in modo che altri ragazzi non cadano nella tentazione della mafia, della criminalità organizzata, o del malaffare in genere e vivano veramente da uomini e donne liberi, che sanno realizzare anche un proprio sogno e un progetto di vita. Questo è il grande dono della redenzione: una vita donata che continua a produrre frutti, anche a tantissimi anni dalla sua morte violenta. Questa vita donata continua ad essere veramente portatrice di grandi doni, portatrice di speranza e di libertà, soprattutto.

R.- Intanto sviluppando alle tematiche di oggi quei principi da lui così ben espressi nelle sue due conferenze, sia sul collegamento stretto che esiste tra la legge dello Stato e legge naturale e sia sulla necessità del rigore anzitutto etico del magistrato e del giurista in generale, che non è un lavoratore come tutti gli altri, perché le sue decisioni incidono profondamente nella carne e nel sangue delle persone. Avere questo riferimento significa avere oltre che un protettore in cielo che oggi è anche riconosciuto tale, anche un esempio non accademico, non retorico, ma molto concreto per l’attività quotidiana.

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