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Davigo: crescita e caduta del mito dei manettari

di Goffredo Buccini | Corriere.it

Ora che deve sedere sul banco dei testimoni, è il primo a sapere quanto sia scomodo

Una volta confessò di non poter essere certo della propria virtù, non essendo mai stato indotto in tentazione nella sua lunga carriere di inquisitore. Ovvio: con quella faccia un po’ così, da Javert padano, quell’espressione un po’ così, da trangugiatore di Maalox, solo un pazzo avrebbe potuto immaginare di corromperlo.

Piercamillo Davigo più che un magistrato (in pensione, senza requie) è una metafora: della giustizia periclitante, delle umane contraddizioni, delle nostre ipocrisie. E ha la dannazione di parlare per metafore e iperboli venendo preso quasi sempre alla lettera, spesso per stupidità o malafede. Il suo famoso siparietto su quanto fosse più conveniente, tra sconti e abbuoni di pena, uccidere la moglie piuttosto che divorziarne, apologo iperbolico su storture e lentezze di un sistema, venne chiosato da autorevoli garantisti come «l’uxoricidio delle garanzie» o «l’infernale paradosso».

Forse più per bulimia provocatoria che per eccesso di custodia cautelare, Davigo è diventato così uno dei magistrati più detestati, pur vantando meriti non comuni. Per lungo tempo se n’è quasi dilettato: deve essere stata una seduzione irresistibile épater le bourgeois, stupire i borghesi, per un borghese piccolo piccolo venuto dalla natia Candia Lomellina, minuscola provincia Pavese, rigidità militaresca e perbenismo familiare. «Non esistono innocenti ma colpevoli non ancora scoperti» può apparire l’odioso manifesto di uno sgherro dello Spielberg o l’ammissione quasi evangelica della nostra umanissima debolezza, dipende dal cuore di chi ascolta, ma in entrambi i casi scandalizza (ed è bene che gli scandali avvengano, si sa). «Rivolteremo l’Italia come un calzino» pare sia invece un apocrifo, oggetto di contestazioni anche nelle aule giudiziarie: perché, se il dipietrese si nutre di sbuffi e strafalcioni, il davighese è fatto di finezze giuridiche ma anche di ferocie non sempre autentiche. Poi la ruota gira e i capelli già radi e impomatati diventano zucchero filato: il resto è oggi.

Oggi, che il «Dottor Sottile» è chiamato a sedere sullo scomodo scranno del testimone, molti nei social esultano manco lo avessero colto a fare una rapina («godo», «se lo merita», «chi la fa…»). Lui per primo, del resto, sa benissimo quanto sia scomoda quella posizione, nella quale (a differenza dell’indagato) la persona informata sui fatti non ha facoltà di mentire, avendo fatto arrestare proprio per questo, un 4 marzo di 28 anni fa, il portavoce di Forlani, Enzo Carra, che nicchiava sulla maxitangente Enimont non volendo inguaiare il suo capo e fu poi sottoposto (non per volontà di Davigo) all’umiliazione di un passaggio in manette tra fotografi e telecamere.

Mani pulite è stata un’esperienza così potente da far quasi scolorire il prima e il dopo di molti. Eppure, il prima di Davigo ne spiega l’approdo. Ecco il maestro di prima elementare — giustizialista ante litteram — che mette alla gogna un lungagnone pluriripetente, ammonendo: «In Italia l’istruzione è obbligatoria per almeno otto anni, questo significa che potete fare otto volte la prima elementare: come accade a lui». Ecco gli Anni di piombo che gli portano lo stigma ingiusto del fascista, derivato dall’occuparsi di sindacato dalla parte degli imprenditori, con le scritte «Davigo fascista sei il primo della lista» per le quali lui non si scompone finché quelli cambiano scritta: «Davigo abbiamo perso la lista ma tu sei sempre il primo» («pensai che nessuno con quel senso dell’umorismo poteva davvero spararmi», ha poi raccontato lui a Silvia Truzzi del Fatto). In quegli anni, da giovane magistrato, il primo incontro con Borrelli, rientrato in servizio con una gamba ingessata per condannare il terrorista Alunni mentre tanti colleghi se la squagliavano. L’inchiesta più famosa nascerà con quel procuratore («coraggioso e con il senso delle istituzioni»), ispirata dall’idea forse crudele che la corruzione sia «un reato seriale» (una volta corrotto, sempre corrotto) e che l’unico modo per spezzare il circolo sia la confessione, perché rende inaffidabili per i complici. Decisivo nel dissuadere Di Pietro dall’accettare il Viminale offertogli da Berlusconi neopremier (avendo a sua volta rifiutato la poltrona da Guardasigilli), Davigo è forse il più magistrato dei magistrati del vecchio pool (Tonino ha avuto mille identità, Borrelli si sognava pianista, Colombo divulgatore di cultura). Ma proprio questa immedesimazione nel ruolo è diventata il punto di frattura, ciò che spiega il dopo: quando si trattava di alzarsi dal tavolo con grazia.

Di colpo, alcune ovvietà che scandalizzavano («la politica dovrebbe riformarsi prima delle sentenze per non ripetere la propria legittimazione dai magistrati») diventano bandiere del neogiustizialismo. Quando a prenderlo alla lettera sono i grillini, lui non se ne rammarica, anzi finisce per farsene acclamare padre nobile, catapultato al Csm dall’onda lunga del 2018. Seguono polemiche sempre più feroci, la battaglia infelice per non lasciarsi pensionare, la voglia di stupire che diventa sovraesposizione nei talk dove tutto è frullato e banalizzato: Davigo mette in scena Davigo. E siamo al triste epilogo, all’intruglio di liquami sgorgato da una fonte che ha il destino nel nome (Amara) e all’incapacità del nostro di tenersene lontano, di godersi una panchina, un ricordo, persino un rimpianto. In questo gracchiar di corvi, Davigo si ritrova teste su una poltrona di spine, per via del fuorisacco di un collega incontinente e di una ex segretaria sospettata di aver fatto da postina di atti secretati. L’augurio, per chi lo ha conosciuto quando il bene e il male sembravano ancora entità separate, è che gli venga risparmiato almeno il noto broccardo «non poteva non sapere»: che tanta fortuna portò alla sua indagine più famosa e tanta angoscia ai suoi più famosi indagati.

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