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Ponte sullo Stretto, il Governo Draghi passa dal no al ni

Il ponte sullo Stretto? È utile farlo. La commissione di tecnici istituita dall’ex ministra delle Infrastrutture Paola De Micheli e confermata dal successore Enrico Giovannini, riapre la partita dell’opera da realizzare sullo Stretto. Nella relazione approvata venerdì dal gruppo di lavoro coordinato dal direttore dell’unità di missione del ministero Giuseppe Catalano, c’è il sostanziale via libera a un collegamento stabile, con l’indicazione favorevole su due progetti: il primo, con uno stato di elaborazione più avanzato, è quello a unica mandata già portato avanti dalla società Stretto di Messina, in liquidazione dal 2013, che aveva individuato come general contractor il consorzio Eurolink capeggiato da Impregilo (oggi Webuild). Progetto attorno al quale, dopo lo stop all’opera voluto dall’ex premier Monti, si è aperto un contenzioso da 700 milioni.

Ma, novità rilevante, c’è il semaforo verde dei tecnici anche a un progetto alternativo, un ponte a tre mandate sullo specchio di mare fra Messina e Villa San Giovanni lungo 3,2 chilometri. Anche questa una soluzione a lungo discussa in passato, rilanciata di recente dall’iniziativa di Italferr, seppur rimasta allo stato preliminare: l’infrastruttura realizzata in questo modo sarebbe meno esposta ai rischi di chiusura legati al vento e avrebbe il vantaggio di arrivare direttamente nel capoluogo siciliano e non nella frazione di Ganzirri.

Ponte a tre campate? L’idea non piace a chi da anni studia il collegamento: “Ci vorrebbero 20 anni” (leggi qui)

Queste sono le opzioni considerate più fattibili sotto il profilo ingegneristico, dei costi e della sicurezza. Preferite, secondo quanto risulta a Repubblica , ad altre come il tunnel flottante e soprattutto il tunnel subalveo — cioè sotto il fondale dello Stretto — che necessiterebbe di gallerie di ingresso troppo lunghe. Sull’opera sottomarina si erano pronunciati favorevolmente l’ex premier Conte ed esponenti di governo dei 5Stelle.La relazione prodotta dalla commissione dopo 8 mesi di attività — 200 pagine, 50 grafici e 50 tabelle — è ora sul tavolo del ministro Giovannini, pronto a girarla al premier Mario Draghi. Nel documento si sottolinea che un collegamento stabile sarebbe un elemento di completamento della rete nazionale dell’Alta velocità, altrimenti destinata a interrompersi a Reggio Calabria, e consentrebbe una riduzione del 30 per cento dei tempi di viaggio. Ma una valutazione definitiva è rinviata alla politica: Draghi, nel corso del dibattito in Senato sul Pnrr della scorsa settimana, non ha espresso contrarietà nei riguardi dell’opera, sottolineando che la relazione dei tecnici sarà sottoposta al giudizio del Parlamento, dove attualmente l’asse pro-ponte sembra maggioritario. Resta un nodo non esattamente secondario, quello dei soldi. L’opera non è stata inserita nel Recovery plan, anche per una questione di tempi. «Per le regole del Pnrr — ha spiegato nei giorni scorsi Giovannini — entro il 2026 i lotti devono essere in esercizio, fruibili. Quella data non è negoziabile». Restano in piedi altre ipotesi, fra le quali il project financing , la concessione a privati che assorbirebbero i costi con l’introito dei pedaggi. Giovannini ha ricordato di «non aver mai espresso punti di vista sul ponte» e anche lui ha rinviato a un dibattito in Parlamento. Si apre un’altra pagina, nella lunghissima storia dell’attraversamento dello Stretto, esattamente un secolo dopo i primi bozzetti. Finora nulla più di un libro dei sogni. Da oggi, chissà

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