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Abrignani: “La scienza italiana deve scusarsi, non sa parlare con una sola voce”

Per la prima volta che uno scienziato ammette quello che in fondo tutti pensiamo

«La scienza italiana deve chiedere scusa: non è in grado di parlare con una voce sola». Sergio Abrignani, 62 anni, immunologo, direttore scientifico dell’Istituto nazionale di genetica molecolare di Milano, da metà marzo è membro del Cts su indicazione del governo Draghi. È la prima volta che uno scienziato ammette quello che in fondo tutti pensiamo. «Il Covid-19 ci ha dimostrato più che mai che la scienza è in itinere. All’inizio la convinzione predominante era che solo i sintomatici trasmettessero il virus, poi è stato dimostrato il contrario. Da lì in avanti, anche per esempio sulle possibili mutazioni, le ipotesi iniziali sono state smentite: oggi sappiamo che le varianti esistono e da ben prima della partenza delle vaccinazioni. Quindi s’è posto il tema dell’efficacia del vaccino in presenza di un virus cambiato: e giù con altre discussioni».

Bisogna rassegnarsi ad ascoltare tutto e il contrario di tutto?

«Nient’affatto. Proprio perché il virus ci ha dimostrato che non c’è l’esattezza assoluta, ci sarebbe bisogno di un rapporto più sano tra scienza e politica. Ed è per questo motivo che parlo di fallimento della scienza italiana: al contrario di Paesi come gli Usa, la Gran Bretagna, la Germania e la Francia, noi purtroppo non abbiamo accademie delle Scienze che possono indicare i migliori esperti, deputati a parlare. Così ognuno può dire la sua: fareste mai commentare un intervento a cuore aperto a un ortopedico? No. Eppure durante questi lunghi mesi ognuno si è sentito in diritto di dire la sua. E gli scienziati, me compreso, non sono migliori degli altri uomini».

Rigoristi contro aperturisti: e gli italiani non capiscono più nulla.

«In realtà qualunque scienziato in buona fede deve ammettere che riaprendo il 26 aprile avremo più infezioni al giorno che se si fosse aperto a metà maggio, così come sarebbe stato meglio ripartire con i più fragili tutti vaccinati almeno con una dose, verosimilmente a giugno».

Il premier Mario Draghi sta giocando d’azzardo?

«Assolutamente no. Perché un conto è la scienza, un altro è la politica che deve tenere in considerazione anche l’aspetto socio-economico di un Paese in ginocchio. Posso sembrare brutale, ma è quel che penso. L’importante è essere onesti intellettualmente».

Cos’è il rischio calcolato?

«Oggi abbiamo un’incidenza di 146 casi a settimana per 100 mila abitanti (contro i 157 della scorsa settimana) e l’Rt a 0,85 (contro lo 0,81 precedente). Rischio calcolato vuol dire capire fino a dove ci si può spingere per far ripartire il Paese senza rischiare di ritrovarsi in rosso per tutta l’estate o peggio ancora di fare morire la gente».

Allora si tratta di una scelta politica?

«Noi come scienziati possiamo indicare la strada migliore per la mitigazione del rischio. Ma a decidere è sempre la politica».

Qual è la strada migliore in questo momento?

«Vaccinare il più in fretta possibile, i posti in cui stiamo senza mascherine come i ristoranti lasciarli aperti solo all’esterno, avere un coprifuoco e tamponare il più possibile, anche con i salivari. Questa è la mitigazione del rischio che il governo sta seguendo su indicazione degli scienziati. Bisogna procedere a piccoli passi».

Cosa risponde ai politici che chiedono i dati su cui è calcolato il rischio per tenere il coprifuoco alle 22?

«Chiunque faccia questa richiesta è in malafede assoluta. La pandemia è ancora in parte terra incognita, ma sappiamo bene che il virus circola con le persone. Più le facciamo circolare, dunque, più si diffonde. Uscire a cena in un dehors è evidentemente meno pericoloso che cenare al chiuso dove un infetto può contagiare fino a 18 persone. Così come nessuno mai ci dirà con certezza di quanto possono aumentare i contagi prolungando il coprifuoco di un’ora o due, ma è buon senso capire che più le persone stanno fuori casa più la curva epidemiologica sale».

Se è vero che la circolazione del virus sta rallentando, bisogna ammettere che con 146 casi a settimana su 100 mila abitanti l’incidenza è ben lontana dai 50 che permettono di tenere sotto controllo l’epidemia. Com’è in realtà la situazione?

«Ce lo ricorda anche il caso Sardegna: da bianca a rossa in poche settimane. Non possiamo permetterci di sbagliare. Con le certezze che abbiamo e cercando di interpretare in buona fede le incertezze con cui questa pandemia ci fa fare i conti noi scienziati dobbiamo dare alla politica gli strumenti che le consentano di decidere al meglio».

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