niccolò ammaniti

Niccolò Ammaniti “La Sicilia da raccontare non è solo Montalbano”

di Sara Scarafia | Repubblica

Abbacinato dalla bellezza della natura, incantato dalla musicalità della lingua, ha dato alla Sicilia distopica, dove solo i bambini sono sopravvissuti a un virus letale, la forza delle contraddizioni. E l’effetto è disturbante e ipnotico allo stesso tempo. L’Isola di “Anna” di Niccolò Ammaniti, la serie tv in sei puntate tratta dal romanzo che lo scrittore romano ha pubblicato nel 2015, da venerdì scorso in onda su Sky, è sporca e polverosa, degradata e abbandonata. È una terra desolata dove la natura si fa spazio tra cemento e detriti. Una Sicilia totalmente diversa da quella da cartolina dei set di Montalbano o di Màkari. Eppure viva.

«Avevo bisogno che fosse una regione abbandonata da quattro anni — racconta Ammaniti — c’è stato un lungo lavoro di scenografia per scegliere i posti giusti. E di posti abbandonati in Sicilia ne abbiamo trovati molti. Ma ne abbiamo trovati anche molti altri che erano semplicemente belli e abbiamo dovuto solo farli attraversare dai bambini. Io in questo lavoro ci ho messo molto cuore e spero tanto che questa cosa venga fuori»

.L’Isola per Ammaniti è stata prima pura ispirazione letteraria — quando ha scritto “Anna” stava cominciando a esplorarla — poi paesaggio attraversato, esplorato, indagato. E infine amato. La Sicilia di “Anna ” è del tutto diversa da quella che negli ultimi anni siamo abituati a vedere in tv. È più vera? «L’Isola di Montalbano è una Sicilia da far vedere. Ma ci deve essere anche quella de Le sorelle Macaluso di Emma Dante. L’importante è raccontarla e per coglierla nella sua interezza ci deve essere una pletora di occhi a guardarla da angolazioni diverse» .Già il romanzo raccontava di una regione dove bellezza e abusivismo convivono: che cosa prevale? «La bellezza senza dubbio. Il brutto c’è. Ma quello che io racconto è un brutto distante. Siamo stati in posti bellissimi e li abbiamo coperti di spazzatura e abbiamo sfruttato luoghi meravigliosi come le Saline e Monte Cofano. Abbiamo attraversato tutta l’Isola, da Mazara del Vallo a Porto Empedocle fino all’Etna».

Nella serie c’è anche tanta Palermo. «Una città che amo, nella quale voglio vivere e infatti da tempo sto cercando casa. Tantissime scene sono state girate alla Fiera del Mediterraneo, un posto perfetto per noi. E ancora lungo la strada che costeggiando il mare porta a Bagheria». In via Messina Marine i palazzoni che incombono sul mare sono l’immagine plastica del sacco edilizio: quanto la mafia ha cambiato il paesaggio siciliano? «Da regista sono attratto dalla forza delle immagini e la massa di cemento che incombe sopra i bambini per me è bellissima e potente. Le contraddizioni di Palermo sono una ricchezza narrativa e allo stesso tempo sono intollerabili per chi le vive. La città però non mi sembra così abbandonata. Roma è in una condizione peggiore: il centro sembra la Bombay dove andavo a 20 anni. Cosa rimane della memoria della Sicilia? L’incanto delle chiese barocche, ma anche la muraglia di cemento della periferia. Ovunque le costruzioni abbandonate a se stesse diventano deformità. Nel Sud della della Spagna ho visto mostri peggiori».

Tutti i sud del mondo si somigliano? «Dove non c’è un controllo delle costruzioni, dell’urbe, dove non ci sono regole, ci sono aberrazioni». Qual è la sua Palermo? «Quella che attraverso a piedi. Via Roma, poi via Alloro fino alla Kalsa dove vent’anni fa non ci si avvicinava neppure e che invece oggi è riqualificata ma senza aver perso la sua identità. È un posto in cui vivono persone diverse, non ancora del tutto gentrificato; e non è nepppure solo una sfilza di locali che vendono arancine e pasta con le sarde». Perché vuole viverci? «Perché a Palermo sto con meno ansie che a Roma e perché le persone ti chiedono chi sei. Girando l’Isola ho avuto la sensazione che i siciliani abbiano preso più coscienza del loro patrimonio: lo vedo nella cura con cui si occupano delle cose, in come le raccontano».”Anna” racconta di un virus che risparmia solo i bambini. Lo ha pubblicato cinque anni fa ma lo ha ambientato nel 2020, l’anno del Covid. Non le fa impressione?«Un po’ sì, soprattutto all’inizio.Abbiamo cominciato a girare prima della pandemia. Quando le notizie hanno cominciato a far vacillare la nostra certezza di poter continuare eravamo alla Fiera, ci dissero di lavarci spesso le mani: impossibile lavorando in mezzo alla polvere».Poi le riprese si sono fermate e sono ripartite dopo il lockdown.Come ha ritrovato Palermo?

«Provata. È una città che vive per strada, fatta di persone che si muovono una accanto all’altra ed è questa la sua forza. Un mese fa, rifacendo la mia passeggiata, ho trovato tutto chiuso. Sentivo che in tanti avevano scommesso sul turismo e si sono ritrovati senza nulla. L’economia nera, presente e tollerata, che andava bene finché serviva a far vivere le persone, ha generato ora una moltitudine di persone senza tutele che soffrono più delle altre. Ma Palermo è abituata alla sofferenza e ce la farà anche questa volta».

Lo Stretto per Anna e Astor è il confine da superare per salvarsi. Cosa rappresenta, invece, per lei? «Le barriere invalicabili, Ulisse che attraversa le colonne di Ercole. Lo Stretto non fa paura perché è un dito d’acqua ma ha un enorme valore simbolico e letterario. Ed è per questo che il dibattito sul Ponte divide tanto. Per un bambina lo Stretto, se lo attraversi come Anna e Astor su un pedalò, è un oceano. E gli oceani bisogna attraversarli».

Tutti i bambini che recitano sono siciliani, anche la protagonista, Giulia Dragotto. La serie si apre con la sua voce: racconta una storia al fratello con l’inconfondibile cadenza palermitana. Una scelta? «Assolutamente sì. Giulia parlava un italiano perfetto perché ha fatto un corso di recitazione e canta. Ma io volevo sentire forte l’accento. Lei non sapeva come fare perché anche l’italiano parlato in casa era impeccabile. Alla fine ha passato un sacco di tempo col nonno, l’unico in grado di restituirle quell’inflessione. Succede che uno si innamora anche dei dialetti e io sono innamorata della musicalità del siciliano. Mi piace molto anche il napoletano ma col siciliano mi trovo meglio, non so, non c’è una ragione, a volte è solo gusto. La mia attrice milanese che interpreta la mamma, Elena Lietti, all’inizio ha provato a parlare in siciliano. Lo faceva anche bene ma non ho voluto che simulasse. Alla fine abbiamo scelto facesse la milanese. Ed è giusto così»

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