ponte di messina

Ennesimo tradimento, il ponte di Messina non si farà neanche con il Recovery Plan

Fabio Savelli | Corriere della Sera

Negli ultimi dieci anni abbiamo visto raddoppiare il canale di Suez e quello di Panama, costruire il terzo ponte sul Bosforo sulla città di Istanbul. Da noi i tre chilometri di mare più discussi, studiati, progettati, contestati, infine annullati nel febbraio 2013 con un tratto di penna dal governo Monti. La partita delle infrastrutture è appena ricominciata complice l’infornata da 50 miliardi di euro che sta planando dall’Europa eppure di quel ponte sospeso a campata unica certificato dalle migliori società di progettazione del pianeta — con un investimento complessivo di oltre 350 milioni — non c’è traccia. Neanche stavolta, con un governo tecnico che gode del più ampio consenso possibile, sembra sia arrivato il momento. Troppo poco tempo, dice il ministero dei Trasporti, Enrico Giovannini, per realizzarlo includendolo tra i progetti del Recovery che impongono una scadenza così vicina: 2026. Peccato che per farlo ne servano solo 7 e nel mentre si può spacchettare l’opera in lotti e finanziarla con i fondi europei. Eppure nel suo dicastero resiste una commissione, l’ennesima, che sta studiando se conviene unire Villa San Giovanni a Messina, scelta ereditata dall’ex ministra Paola De Micheli, che sembra però animata da una logica attendista per rimandarne la decisione al prossimo esecutivo. Peccato perché la società dello Stretto avrebbe già fatto tutto: l’analisi di fattibilità tecnico-economica, la valutazione di impatto ambientale, la conferenza dei servizi conclusa, l’ok del Cipe, realizzati i lavori per lo spostamento della ferrovia (variante Cannitello) così da permettere la realizzazione della pila sul lato calabrese. Servirebbe soltanto un decreto legge per rianimare la società Stretto di Messina spa fatta morire da un giorno all’altro con i contratti stipulati e le gare bandite. Decisione che tiene in essere contenziosi per oltre 700 milioni. Ne era la concessionaria, incorporando in sé le due maggiori stazioni appaltanti del Paese – Anas e Rfi – e le regioni Sicilia e Calabria. C’era già un general contractor, il consorzio Eurolink. Si dirà: non conviene farlo: è una zona sismica, tira troppo vento, c’è il rischio di infiltrazioni mafiose, il benaltrismo. Cioè serve prima ben altro e poi forse un ponte. Ma perché portiamo treni Frecciarossa fino a Reggio e poi siamo costretti a fermarli? Sulla tenuta anti-sismica il progetto è stato elaborato in sintonia con l’Ingv e certificato da decine di enti , anche le simulazioni della galleria del vento hanno avuto esito positivo. Senza contare lo spreco di 8mila documenti, una rete di informazioni che rischia di finire al macero insieme ad una certa idea di progresso.

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