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Sanità in Sicilia, l’interim di Musumeci non può bastare

Contagi, ospedali e vaccini i numeri dicono che serve una nuova catena di comando

di Paolo Mandarà | Buttanissima.it

Nello Musumeci ha trascorso il ponte di Pasqua con un incubo assillante: dover fare tutto da solo. Da quando ha assunto l’interim alla Salute, immediatamente dopo le dimissioni di Ruggero Razza (travolto dall’inchiesta di Trapani), il governatore non conosce sosta. Ad esempio, ha sacrificato il lunedì di Pasquetta – che fino all’anno scorso era dedicato ai nipoti – per un vertice al dipartimento Salute: l’obiettivo, dopo il ping pong con Orlando, era analizzare la situazione dei contagi a Palermo e provincia, precipitati al limite della “zona rossa”. Con tutto il rispetto del caso: ma è mai possibile che il presidente della Regione sia il terminale primo e ultimo di decisioni che dovrebbero essere la diretta conseguenza di un monitoraggio tecnico puntuale e di un iter amministrativo trasparente? Musumeci deve essere al corrente di tutto – altrimenti si incappa in brutte figure, come evidenziato da alcune intercettazioni – ma non può essere l’unico referente di una gestione dell’emergenza che sovrintende tanti e tali livelli da rendere impossibile un controllo “manuale”.https://1d4ee22969e5f28a5f1f20491c3eefb4.safeframe.googlesyndication.com/safeframe/1-0-38/html/container.html

L’unico modo per evitare il caos, e consentire al presidente della Regione di fare il presidente della Regione, sarebbe quello di “decentrare” il potere. Ma l’unico rimasto a dargli una mano, negli ultimi giorni, è Mario La Rocca, promosso dirigente al Dasoe (dipartimento attività sanitarie e osservatorio epidemiologico) dopo l’arresto di Maria Letizia Di Liberti. Adesso guida un paio di strutture (c’è anche la pianificazione strategica), convogliando su di sé persino le comunicazioni a mezzo stampa. Ma per reggere l’urto della pandemia, in questa fase, sarebbe necessario un coordinamento forte e tanti esecutori/finalizzatori in grado di far funzionare la macchina. Che dopo l’inchiesta della Procura di Trapani è stata letteralmente falcidiata. Fuori in un colpo solo: l’assessore Razza, il suo capo di gabinetto Ferdinando Croce, e il responsabile del Servizio 4, Mario Palermo, che inseriva i dati finali all’interno del server. Sono tutti indagati. Mentre hanno finito la loro corsa ai domiciliari la Di Liberti, assieme al nipote/collaboratore Salvatore Cusimano, ed a Emilio Madonia, dipendente della Società “Pricewaterhousecoopers Public Sector srl”, la società che si occupa della gestione informatica dei dati forniti dall’assessorato. E’ un’intera catena di comando che salta e che Musumeci, anche fosse dotato di superpoteri, non può sostituire da solo.

Salvatore Cusimano, fra l’altro, è figlio di Antonino, un consulente tributario e assicuratore che nel 1990 fu ucciso dalla mafia a Castelbuono. E’ arrivato alla Regione (inizialmente come custode ai Beni culturali) sulla base di una norma che garantisce l’assunzione diretta ai familiari delle vittime di mafia e che, nell’ultima Finanziaria, avrebbe potuto garantire il medesimo trattamento ai figli di Sebastiano Tusa, se non fosse che l’articolo 21 è stato stralciato dal testo nella confusione generale. Uno di quei processi su cui lo stesso Musumeci, avendo il tempo e la possibilità, avrebbe dovuto vigilare.  Ma è chiaro che, al netto dei ‘franchi tiratori’, fosse distratto da altro. E a differenza di alcuni episodi del passato, non è riuscito a difendere le norme volute dal suo governo; al contrario, durante l’assalto finale col voto segreto, ha mestamente allargato le braccia, dando ragione a Micciché che aveva deciso di chiudere la manovra prima che tutto le norme fossero bocciate. “L’ascarismo è praticato anche nella maggioranza”, ha riferito Musumeci, prima di assistere inerme alle ultime votazioni e rivolgere il suo pensiero, nei minuti immediatamente successivi all’approvazione della legge, alla difesa in aula di Ruggero Razza.https://1d4ee22969e5f28a5f1f20491c3eefb4.safeframe.googlesyndication.com/safeframe/1-0-38/html/container.html

Andava talmente di fretta il presidente, da aver affrontato il dibattito sui fatti di Trapani nei minuti immediatamente successivi la conclusione della sessione di Bilancio, presentando la propria relazione al termine del dibattito che ha preso i deputati quasi alla sprovvista: perché tanta fretta? Evidentemente, i tempi erano serrati. E per Musumeci lo saranno sempre di più. Il presidente, da oltre un anno, è continuamente in trincea per fronteggiare questa maledetta pandemia. Con uno sforzo apprezzabile, ma risultati a tratti imbarazzanti. Ad esempio, l’inchiesta di Trapani – che lo avrebbe travolto “a sua insaputa” – ha segnato un punto di non ritorno sul piano della credibilità (numerica): quanti sono stati, quanti sono e quanti saranno i “positivi”? E soprattutto, come si giustificano – alla luce degli ultimi accadimenti – l’azzeramento dei casi nel Catanese e, al contrario, i numeri esorbitanti nel Palermitano? E ancora: perché il numero dei guariti si è ridotto a pochissime decine al giorno dopo il boom di marzo? Domande lecite, di fronte alle quali il presidente della Regione ha il dovere di rispondere, ma solo dopo aver confabulato con il suo staff di collaboratori che al momento è azzerato. E pertanto, andrebbe ricostruito. Nel giorno dell’inchiesta, i dati sono stati “oscurati”. Per amissione dello stesso La Rocca, non c’era personale in grado di assolvere alla mansione. Musumeci, in questa fase d’incertezza, dovrebbe mostrarsi lucido e procedere con ordine. Obiettivo numero uno: indicare un assessore alla Salute di cui si fida – i partiti, dato il contesto emergenziale, glielo lascerebbero fare – e ricreare quella catena di comando venuta meno con l’addio di Razza.

La capacità organizzativa di un condottiero non si misura sulle proprie abilità personali, ma sulla qualità della scelta dei propri collaboratori. Non basta essere una persona perbene per tirarsi fuori dai guai. Ecco. Musumeci, che è già esperto di interim, sa benissimo che gestire un assessorato ai Beni culturali (come ha fatto per oltre un anno, dalla morte del povero Sebastiano Tusa), non è come avere in mano la Sanità, per di più in una fase caotica come quella di una pandemia. Basterebbero un paio di elementi per far tremare i polsi: in primis, la gestione della campagna vaccinale. In questi giorni, in Sicilia, il ritmo delle somministrazioni giornaliere è crollata. Guarda caso, dopo aver promesso al generale Figliuolo, di raddoppiare gli sforzi. Da parte dello Stato c’è una richiesta ai governatori di accelerare, di essere efficienti, di riannodare i fili del discorso per arrivare a un’immunità di gregge entro settembre. Mentre la richiesta (specifica) inoltrata alla Sicilia, nella persona dell’ex assessore Razza e del capo della Protezione civile, Salvatore Cocina, era quella di allestire altri hub per affrontare la campagna, gestendo al meglio code e lamentele (specie dei soggetti più fragili). L’unica risposta fornita dalla Regione, invece, è stato il flop delle vaccinazioni in parrocchia: circa 4 mila dosi (sulle 50 mila a disposizione), un esperimento con le pile scariche, da non ripetere.

La gestione della campagna vaccinale, da sola, imporrebbe un responsabile d’alto rango, che dovrebbe limitarsi (eufemismo) a mettere in pratica le indicazioni di un assessore alla Salute che al momento non c’è. Manca. Musumeci non ha nemmeno specificato per quanto tempo, si è limitato a dire che il governo non defletterà di un centimetro (in realtà è già accaduto) rispetto al percorso intrapreso con Razza. Altre questioni: chi si occupa del rapporto con il comitato tecnico-scientifico, quando, nei prossimi giorni, servirà una ricognizione sul “rischio epidemiologico” in vista delle nuove riaperture predisposte dal governo nazionale? Chi avrà voce in capitolo per sancire la bontà delle argomentazioni degli scienziati, in assenza di una figura che funga da collegamento fra esperti e amministrazione? C’è un altro aspetto, in questa fase, da non sottovalutare: ossia la percentuale di riempimento degli ospedali e, soprattutto, dei reparti di terapia intensiva. Un elemento che negli ultimi mesi la Sicilia è riuscita – numeri alla mano – a salvaguardare con profitto. Non abbiamo mai superato la soglia del 40% di occupazione dei posti di area medica, o del 30% di quelli in Rianimazione. Ma ora che il virus è tornato a galoppare, occorrerà una nuova sinergia coi direttori delle Asp (con cui ieri si è tenuto un primo vertice), allo scopo di assumere decisioni che vadano nella direzione della salvaguardia degli ospedali e dei pazienti “ordinari”, in attesa che si concretizzano i numerosi cantieri già avviati o in fase di progettazione esecutiva per l’ampliamento dei reparti Covid. Chi penserà a tutto questo?

E se sarà il governatore a farlo, chi porterà avanti il carrozzone politico nei prossimi mesi? Sfangato il capitolo Finanziaria, bisognerà, da un lato monitorare l’avanzamento delle leggi di spesa (resistendo alle impugnative, qualora si presenteranno); dall’altro, continuare a scommettere sul “percorso di rinascita” della Sicilia (così lo ha definito Musumeci). Manca un anno e mezzo alla fine della legislatura e, al netto dei tagli per ottemperare all’accordo Stato-Regione, non si è vista nessuna delle riforme promesse in campagna elettorale: alcune, obbligatorie, come quella dei Consorzi di Bonifica, dei Forestali, della Pubblica amministrazione, vanno fatte subito. Riuscirà il presidente-assessore Musumeci a garantire al suo governo quella forza propulsiva in grado di rilanciare l’azione dell’esecutivo, e di garantirsi “sul campo” la conferma a palazzo d’Orleans? Gli ultimi episodi all’Ars, i voltafaccia sempre più frequenti, i capitomboli sul voto segreto, hanno inaugurato un’altra sfida, quella elettorale, che sarà lunga e terribilmente faticosa. Musumeci, dopo aver messo pezze all’abito sgualcito della sanità, sarà pronto a combattere anche quella?

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