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Giuseppe Colombo racconta alle forze dell’ordine l’accaduto tra le strade dello Zen, strade dalle quali “i Colombo dovevano andare via”

“L’attentato che abbiamo subito io ed i miei figli Fabrizio e Antonino e al quale era presente anche la mia compagna, è avvenuto all’angolo tra via Einaudi e via Patti…”

Inizia così il racconto alla polizia di Giuseppe Colombo, sopravvissuto “per miracolo” alle pallottole. Anche se spaventato per sé stesso e la sua famiglia, lo scudo dell’omertà del Colombo non si è subito spezzato, anzi. È stato solo grazie alla compagna, che per prima ha iniziato a collaborare con le autorità, che Giuseppe ha alla fine scelto di parlare.

“Nella mattinata c’era stato uno screzio animato tra mio figlio Antonino e Piero Maranzano, il fratello Letterio, Nicola Cefali e un ragazzo bassino di circa 30 anni, figlio di un certo Paolo dello Zen, per ora detenuto per mafia” continua a raccontare Colombo.

Da questo inizio, la storia sembra parlare di un “normale litigio”, di quelle “cose tra maschi” che ancora marciano per le strade della Sicilia, di Palermo e dello Zen. Ma la storia non si conclude con un bisticcio.

Infatti, continua Colombo, dopo, a casa loro, sopraggiunge il figlio di Nicola Cefali, che si avventa contro il figlio di Colombo, dandogli uno schiaffo. Il Ragazzo reagisce e allora il padre interviene, provocando la fuga di Nicola Cefali.

È questo l’inizio di una storia “in stile Gomorra”, come dice lo stesso Colombo alla polizia. Ma, in fondo, è Gomorra a prendere spunto dalla realtà e non il contrario, e la realtà supererà la fiction.

Infatti, dopo l’aggressione in casa, Colombo e la compagna decidono di fare “un giro per le strade” dello Zen, per capire che aria tira per loro.

Si accorgono allora che la sorella di Piero e Letterio Maranzno gli sta facendo un video, appostata al balcone di casa sua. E non finisce qui.

La compagna di Giuseppe Colombo, preoccupata, decide dare un’ulteriore occhiata alla situazione andando alla macelleria dei Cefali, che si trova davanti alla bottega di frutta e verdura dei Maranzano. Lì, la preoccupazione sale, perché i Maranzano, accompagnati da parenti e amici “loro”, quindi in tutto una trentina di persone, sembravano molto agitati.

“Ha provato a calmarli, loro per tutta risposta le hanno detto che i Colombo dovevano andare via dallo Zen”.

Queste parole fanno scattare nella compagna di Colombo la scintilla della paura, quella vera, quella che la spinge a fare qualcosa di “diverso”: una telefonata alle forze dell’ordine.

Contemporaneamente, Fabrizio Colombo riceve a sua volta una telefonata, dove gli viene proposto un incontro alla taverna di via Einaudi, con Giovanni Cefali, il padre di Nicola. “Questi mi riferiva che Letterio voleva litigare con mio figlio Tony, mentre suo fratello Pietro con mio figlio Fabrizio, con le mani, chiusi in una stanza”.

Ancora non del tutto convinto sul da farsi, Giuseppe Colombo accompagna i figli alla taverna, pur mettendoli in guardia perché: “Letterio voleva assolutamente litigare e fargli del male”.

Ma Giuseppe Colombo non ha neanche il tempo di finire la frase, che davanti alla taverna vengono raggiunti da “almeno tre autovetture completamente piene di persone e più qualche motore, mi sembrava un film tipo “Gomorra”. Ho riconosciuto subito l’auto di Nicola Cefali e di sicuro c’era un’auto nera, forse un’Audi, una Panda color nocciola. Dall’Audi bianca scendeva Nicola Cefali, Letterio e Pietro Maranzano e dalle altre macchine numerose persone…”

Siamo al momento della resa dei conti, quando nei film la musica è quasi assordante e la tensione ci tiene incollati allo schermo. Ma, ancora una volta, questa è la vita vera. La vita di Giuseppe Colombo che, davanti a una situazione così grave, prova un ultimo disperato tentativo di riconciliazione. Senza alcun successo.

“Letterio senza dirmi una parola mi dava una testata. Ho cercato di difendermi e anche Pietro mi è venuto addosso. Appena i miei figli hanno attraversato la strada per venirmi incontro, ho sentito diverse esplosioni di colpi di pistola e ho visto di sicuro in mano la pistola a Pietro Maranzano, Nicola Cefali e Vincenzo Maranzano”.

Non erano soli, dal racconto di Giuseppe Colombo capiamo che c’erano “di sicuro gli altri due fratelli di Letterio”, Carmelo e Angelo, e anche un cognato di Letterio, “che so chiamarsi Fava ed il Ballarò. C’era anche Giovanni Cefali, che è arrivato lì prima egli altri e ha portato gli altri da noi”.

I Colombo corrono verso la macchina mentre i numerosi “avversari” gli sparano contro, per fortuna con mire non precise. Una volta al sicuro nella loro macchina, padre e figli corrono a Villa Sofia, accorgendosi a quel punto di essere feriti.

È questa la storia raccontata da Giuseppe Colombo, vittima trasversale di una faida che aveva al centro del mirino i suoi due figli, e forse proprio per amore di questi ha spinto l’uomo a mettere da parte certi codici e a rivolgersi alle autorità, perché nella vita vera è vero anche il pericolo.

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