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Riccardo Muti innamorato della Sicilia: “Sono un fan di Federico II”

Il maestro sta preparando il “Requiem” al Teatro Massimo. Sabato a Palermo gli verrà conferita la cittadinanza onoraria

di Mario Di Caro – La Repubblica

Il suo “Requiem”, sabato sera, non avrà il pubblico ma Riccardo Muti fa una promessa che suona come una sorta di risarcimento rispetto alla lunga chiusura dei teatri che proibisce ai palermitani di vederlo sul podio: «I miei giorni a Palermo sono stati talmente belli che cercherò una data per venire a fare un’opera al Massimo. Vediamo se Mozart o Verdi. Senza mascherine, senza distanze e con il pubblico».

Parola di direttore d’orchestra, quello che in questi giorni prova il “Requiem” senza soste, che chiede al coro di interpretare un passaggio «come una preghiera», che tesse, cuce, rammenda questa monumentale partitura. «Ogni volta uno si sente molto piccolo di fronte a questo monumento – dice Muti, gigante persino in camerino, tra le locandine che ricordano le sue presenze a Palermo -È un cammino periglioso, un testo che fa paura perché certe frasi sono terribili. Quello che Verdi chiede è ai limiti dell’impossibile».

Maestro, sabato lei riceverà la cittadinanza onoraria di Palermo: al di là dei concerti che ha fatto, cosa le evoca questa città?

«La risposta è molto semplice. Io sono un appassionato, o se volete, un fissato, un fan di Federico II. Io sono nato a Napoli ma poco dopo mio padre mi portò in Puglia. Un giorno andammo in carrozza da Molfetta a Castel del Monte, la fortezza di Federico II: quando arrivammo e aprii le tende del calesse vidi il castello e per me fu un mondo da scoprire, da indagare. E allora ho cominciato a leggere tutto quello che era possibile leggere, dico sempre che a casa mia c’è un’intera libreria dedicata a Federico II, mi sono procurato anche delle musiche che lui ha scritto. Ho comprato persino un piccolo pezzo di terreno sotto il castello pensando che una volta finito questo mio peregrinare per il mondo sarà bello sedermi sulle pietre della Murgia e fondermi e confondermi con quel castello. Per me Federico è stato un invisibile protettore nei miei viaggi in giro per il mondo, in Corea, in Giappone, in Sudamerica. Ho conosciuto personaggi come la regina Elisabetta, Gorbaciov, che sembravano lontani dalla mia esperienza di uomo semplice, ma il fatto di essere un federiciano mi ha dato una forza particolare. Così la prima cosa che ho fatto appena sono arrivato a Palermo è stato andare a rendere omaggio alla sua tomba. Alla faccia dei tedeschi Federico si sentiva meridionale, siciliano, e mi fa piacere che sia stato scomunicato tre volte, significa che era uno tosto. È il personaggio che mi ha accompagnato per tutta la vita, e allora Palermo è per me è Federico II».
Palermo è anche i concerti che ha fatto qui…

«I miei ricordi a Palermo e a Monreale sono tra i più belli, e non lo dico perché sono qui. Ricordo con molta simpatia l’ultima volta, qui al Massimo, con i Wiener che rimasero talmente entusiasti del teatro e delle bellezze della città che desideravano tornare come orchestra di residenza, vale a dire una settimana o quindici giorni di concerti. Poi cambiò tutto, perché in Italia cambia sempre tutto, e non se ne fece più niente, ma loro ricordano ancora con grande amore questa visita. Spero di tornare qui con l’orchestra di Chicago, con la quale ho prolungato il mio rapporto fino al 2023: sarebbe stupendo far conoscere loro la straordinaria cultura che abbaglia in questa città. Se non si capisce da dove veniamo, se non si capisce la nostra cultura, non si capisce la nostra nostra vivacità che è anche venata di malinconia. L’Italia non è sinonimo di folklore, è tutto il contrario».

La sua presenza a Palermo suona come un implicito riconoscimento al percorso del Teatro Massimo. Lei, dal suo osservatorio, che segnali ha ricevuto da questo teatro?

«La mia carriera si è sviluppata tra Salisburgo, Vienna, Londra, Chicago, ho avuto sempre dei resoconti della situazione italiana, non è che fossi interessato a controllare la crescita dei vari teatri. Quando il sovrintendente Giambrone mi ha chiesto di venire, si è creata la possibilità di avere un rapporto più diretto coi teatri italiani, da Bergamo a Palermo, con i concerti in streaming. Devo dire che ho trovato un’orchestra molto sensibile, un’ottima orchestra e un ottimo coro: a me basta vedere il teatro da fuori per capire tutto. Ho trovato un ambiente degno della grande tradizione siciliana. La grandezza di un teatro non la fa l’invito al grande soprano o al grande tenire, un teatro non è grande se una sera ospita Enrico Caruso: la grandezza la fanno le persone che ci lavorano. L’Italia è piena di teatri: se la Germania avesse i nostri teatri guarderebbe il resto del mondo con maggiore altezzosità. E una di queste grandi cattedrali è il Massimo di Palermo: pensiamo al coro che canta nei palchi, distanziati uno dall’altro, lontano dall’orchestra, lontano dai solisti, con le mascherine. Questa è una realizzazione che sfida l’impossibile. Se mi avessero detto un anno fa di fare il “Requiem” in queste condizioni avrei risposto “state scherzando”. Ma lo facciamo per dire che siamo vivi al resto del mondo».

Restiamo a Palermo con una testimonianza su un palermitano eccellente: qual era la grandezza di Franco Ferrara?

«Ho studiato per un mese con Ferrara, nel 1965 e siamo diventati molto amici. Se non avesse avuto il problema che ha avuto sarebbe diventato il più grande direttore d’orchestra del mondo, e io non sono solito esprimermi così. Franco Ferrara era un miracolo della natura, un essere inspiegabile. Il Padreterno gli ha dato tutto e gli ha tolto tutto. A me piace credere che l’universo sia attraversato da raggi sonori che ogni tanto investono alcune persone, Mozart, per esempio, e non Salieri. Ferrara è stato investito da questi raggi ma il destino lo ha messo alla prova. Persino von Karajan, per fare “Cavalleria rusticana”, gli chiese dei consigli».

Chiudiamo col “Requiem”.

«A un certo punto Verdi scrive la parola “frizzante”, perché cercava suoni che non appartengono alla routine giornaliera ma sono suoni immaginati. Chiede dei pianissimo, dei sottovoce, dei recitati che non sono facili da eseguire. Ai limiti dell’impossibile».
I miei giorni in città sono stati così belli che voglio tornare al teatro Massimo con un’opera Stavolta con il pubblico

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