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Vaccini italiani, 5 aziende pronte ma il Governo ritarda sui brevetti

Cinque aziende sono pronte per partire. Ma nessuna potrà prima della fine del 2021, meglio ancora nei primi mesi del 2022. La corsa alla produzione italiana del vaccino passa da queste tempistiche. E dagli investimenti che alcune aziende made in Italy stanno facendo, hanno cominciato o sono pronti a fare.

Al momento la sola ad annunciare di essere pronta è la Thermo Fisher –
due stabilimenti, uno a Monza e uno nel Lazio, a Ferentino – che ha firmato un contratto per aprire una linea di produzione per vaccini su base mRna: sono i tedeschi di Curevac che, però, prima di partire con la linea produttiva dovranno ricevere l’autorizzazione definitiva da parte dell’Ema che ha avviato la procedura nel febbraio scorso.

Thermo Fisher non è la sola, però, a essere a uno stato avanzato di discussione. Ieri Lachifarma, azienda pugliese con base in Salento, ha ribadito ufficialmente di essere pronta. I tempi per la produzione sono i soliti: prima della fine dell’anno non si potrà partire. «Ma siamo a ottimo punto» spiega a Repubblica il vicepresidente, Luciano Villanova. «Abbiamo firmato i primi
contratti di acquisto per i macchinari. E opzionato l’arrivo di un bioreattore. Aspettiamo di capire, però, come muoverci».

Il riferimento è ai passi che il ministero dello Sviluppo economico – che al momento sta gestendo la partita – vorrà compiere. «Se una ditta in grado di produrre vaccino anti Covid in Italia non ha per conto suo un accordo con chi ha il brevetto dei vaccini, non potrà produrre?» si chiede Lachifarma. «Al momento sembra così, il che mette il paletto a tante aziende potenzialmente pronte a partire.

Altro discorso se il governo potesse gestire direttamente i brevetti, in accordo con le Big Pharma loro titolari, e successivamente interfacciarsi con le aziende del territorio per produrre. In sostanza – dice Villanova – noi vogliamo avere un ruolo nella partita, in modo anche da tutelare un interesse nazionale. O invece, vogliamo, anche legittimamente, far gestire tutto al mercato».

«Vorrei che fosse chiara però una cosa – conclude – Se non potrò produrre vaccino anti Covid per l’Italia lo farò per l’estero. Del resto sto investendo nell’operazione 20 milioni di euro di tasca mia, acquistando macchinari altamente qualificati in Italia. Mi piacerebbe produrre vaccino per il mio Paese, essendo, Lachifarma, al 100 per cento un’azienda italiana. Ma se non potrò farlo, lo farò per altri Paesi».

Villanova giura di non aver avuto ancora alcun contatto ufficiale. È un fatto, però, che da qualche settimana emissari del Fondo sovrano russo stiano girando per aziende italiane del settore alla ricerca di accordi per la produzione. Offrendo, come ha raccontato Repubblica nei giorni scorsi, sino a quattro volte di più dei fondi fin qui ipotizzati dall’Italia e Farmindustria.
«Stiamo lavorando – ha detto il presidente di Farmindustria, Massimo Scaccabarozzi, in commissione Sanità del Senato – ma se ci sarà una nuova produzione non potrà partire se non alla fine del 2021 o inizio 2022, perché il tema tecnologico è un gap non solo italiano, che deriva dal fatto che servono macchine e processi nuovi»

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