Enrico Letta

Al cuor non si comanda e Enrico Letta ha detto “sì”

L’inferno democratico è lastricato di buone intenzioni, e sono sempre una “buona novità” da non sottovalutare

di Alessandro de Angelis – Huffington Post

La notizia, più che l’accettazione della candidatura ampiamente annunciata, perché al cuor non si comanda e perché una riserva della Repubblica e della sinistra degna di questo nome, di fonte alla crisi della Repubblica e della sinistra non può rimanere indifferente, la notizia, dicevamo, è nel “come” Enrico Letta dice sì. “Come” inteso non come mezzo – un video su twitter – ma come “messaggio”. Che, per indole, formazione e stile, nulla concede agli effetti speciali e ai fuochi di artificio comunicativi, ma non è affatto blando e neutro. Si sarebbe detto una volta, fortiter in re, suaviter in modo.

Guardando a quel che è successo dentro il Pd – la sua crisi politica, l’autoreferenzialità dei gruppi di potere, il logoramento del senso stesso dello stare assieme di una comunità – affermare di credere nella “forza e nel valore delle parole” significa ricreare, attorno al loro significato, peso, implicazioni, coerenza con i fatti, il principio stesso di una convivenza civile. E soprattutto se quelle parole sono volte alla “verità”, si comprende come in questa presentazione c’è tutta la consapevolezza della gravità del momento. “Verità” è questo: principio di realtà, rifiuto del facile consenso, delle scorciatoie, dell’autoindulgenza, della politica dell’effimero e non paziente costruzione. In quel “cerco la verità, non l’unanimità” più che un messaggio alle correnti, c’è proprio il rifiuto di interpretare questo nuovo inizio come la classica resa dei conti ma, innanzitutto, un messaggio al paese. E, da quel che si capisce da qualche conversazione informale, non è infondato attendersi, per domenica, un discorso alto, crudo che parli al paese del paese e alla sinistra del suo compito in questa fase: l’emergenza, il governo Draghi, il come starci senza retropensieri e ambiguità, ma con un autonomo punto di vista, una sinistra che guardi al 2050, secondo l’efficace immagine evocata da Beppe Grillo mentre il Pd pare inchiodato all’inizio di questo traumatico 2021.

Nell’era del presentismo e della dittatura dell’istante si è soliti misurare ogni passaggio e soprattutto ogni battesimo di una nuova leadership in relazione alla capacità di dare una “scossa”, secondo una visione piuttosto ansiosa del “tutto e subito”, affidata ai poteri taumaturgici di una leadership. L’orizzonte, che già si intravede quantomeno nel metodo, non è quello di una scossa che, come spesso è accaduto, un po’ come il troppo dell’asino poco dura, ma è quello del “costruttore”, se ancora si può usare questa parola rovinata ai tempi di Ciampolillo. Recuperandone il significato autentico, significa, in un partito che è già scosso di suo, ripartire da quello che c’è, con uno spirito che, nei tempi nuovi, evoca suggestioni uliviste: il progetto di un campo largo con i soggetti di oggi, una certa idea partecipativa della politica, una visione delle alleanze politiche non scissa da quelle sociali, il rifiuto del personalismo. Perché poi, è chiaro che l’alleanza con i 5 Stelle di Conte non è in discussione, ma c’è un campo tutto da costruire, nell’ambito di un’alleanza “competitiva”, che ha dentro un sano principio di sfida, senza subalternità.

A proposito di Ulivo, proprio il richiamo non populista al popolo della sinistra, nell’accettazione della candidatura, è un passaggio denso di implicazioni. Letta ha annunciato che, sulla base delle “parole” che dirà domenica nelle prossime due settimane chiederà di discutere nei circoli, nelle forme e nei modi possibili, per poi fare una sintesi in assemblea e trovare le idee migliori per andare avanti. In questo metodo, con po’ di orgoglio d’antan – le sezioni, il dibattito, la mitica “base” – c’è la comunque la ricerca di una “unzione democratica”: sono qui non perché i capicorrente hanno poggiato una spada sulla mia spalla – ennesima operazione di potere di chi si riunisce solo per spartirsi cariche – ma come interprete di un cimento collettivo. È vero, delle buone intenzioni sono lastricate le vie dell’inferno, in un partito capace di sbranare leader anche con mandati ancora più forti, ma nell’inferno democratico già le buone intenzioni sono una novità. Una buona novità.

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