Fiammetta Borsellino

Fiammetta Borsellino: “Vi racconto chi era mio padre”

di Paolo Comiwww.ilriformista.it

«Mio padre si è sempre battuto, senza doppi fini, per il riscatto dei palermitani e di tutti i siciliani», afferma Fiammetta Borsellino, figlia di Paolo, il magistrato ucciso a Palermo il 19 luglio del 1992. Fiammetta Borsellino da anni si batte per conoscere la verità sulla morte di suo padre. Ci sono voluti ben quattro processi per arrivare a stabilire che le iniziali indagini furono condizionate dal più grande depistaggio che la storia giudiziaria italiana ricordi. In particolare, le dichiarazioni del pentito Vincenzo Scarantino, poste a fondamento dei processi sulla strage e di svariate condanne all’ergastolo, erano totalmente false.

Sulla base delle dichiarazioni di Scarantino, alle quali per anni i giudici hanno creduto, vennero infatti condannate all’ergastolo sette persone. Le false accuse sono state poi smontate dalle rivelazioni del collaboratore di giustizia Gaspare Spatuzza. Fiammetta ha chiesto al Consiglio superiore della magistratura e alla Procura generale della Cassazione di svolgere accertamenti su chi diede credito a Scarantino. Il pg della Cassazione Riccardo Fuzio aveva raccolto la testimonianza di Fiammetta e della sorella. Coinvolto nel Palamaragate e costretto alle dimissioni nell’estate del 2019, l’attività istruttoria è rimasta incompiuta

Fiammetta Borsellino, che tipo di magistrato era suo padre?
Un magistrato apolitico, indipendente, rispettoso delle garanzie del cittadino, e soprattutto serio. Ha sempre agito tenendosi lontano da pregiudizi ideologici o visioni politiche della società.

Oggi molti magistrati sono sempre in televisione…
Mio padre non ha mai parlato delle sue indagini o scritto libri sulle sue indagini.

Per molti colleghi il suo stile è stato di esempio?
Penso di si. Parlava spesso con i colleghi più giovani raccontandogli le difficoltà che si incontravano nell’interrogare il pentito di mafia, della complessità delle vicende narrate dal mafioso, delle loro strategie processuali, e soprattutto degli scenari squarciati dai pentiti con le loro dichiarazioni.

Può dirci come viveva il suo impegno antimafia?
Il contrasto alla criminalità organizzata per mio padre non era solo un impegno straordinario ed eccezionale di un momento della vita o della carriera ma era una scelta di vita.

Suo padre aveva un alto senso dello Stato.
Sì. Era la scelta della legalità ed era anche la consapevolezza di stare dalla parte della legge, delle Istituzioni, del cittadino.

Una scelta di democrazia.
Di quella vera però, di quella che consente al cittadino di determinarsi davvero liberamente, senza il condizionamento dell’intimidazione, del bisogno e della minaccia. Una scelta di civiltà il cui fine era quello di una società migliore.

Rispettando, comunque, sempre i diritti e le garanzie di tutti.
Esatto. Mio padre aveva la consapevolezza di dovere applicare sempre legge anche contrastando feroci organizzazioni criminali, tenendo bene a mente che il giudice “non lotta” contro nessuno.

E come uomo?
Era ironico. Mai banale. E dotato di grande umanità.

Per cosa andrebbe ricordato suo padre?
Mio padre va ricordato soprattutto per l’eredità morale e professionale che ha lasciato, per l’impegno profuso nell’istruzione del cosiddetto maxi processo di Palermo, per ciò che lo univa a Giovanni Falcone e per ciò che da lui lo distingueva.

Suo padre e Falcone hanno cambiato il modo di fare le indagini.
E sempre cercando riscontri alle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia. Il maxi processo veniva ritenuta opera gigantesca, elefantiaca che mai sarebbe giunta neppure alla soglia del dibattimento. Ed invece mio padre e Giovanni Falcone, assieme ad altri validissimi colleghi, non soltanto portarono il “loro” maxi processo a dibattimento dinanzi alla Corte di Assise di Palermo ma videro il loro impegno definitivamente consacrato nella sentenza della Cassazione del 1992.

Cosa è stato, allora, il maxi processo di Palermo?
Ha costituito per il nostro Paese una svolta epocale sia sul piano giudiziario, avendo contribuito all’affermazione di una linea nuova e finalmente efficace nell’attività di contrasto alla criminalità mafiosa, sia sul piano politico avendo dato la prova e la misura dello sforzo della magistratura e delle Istituzioni nel contrasto alla criminalità organizzata senza incertezze o ambiguità.

Parliamo di pentiti.
Il maxiprocesso di Palermo si basò in gran parte sulle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia. Da questo punto di vista rappresentò una scommessa vinta, nel senso che nessuno, tranne i magistrati che si spesero su questo fronte con mio padre e Giovanni Falcone in testa, credeva che all’interno di Cosa nostra potesse svilupparsi il fenomeno del pentitismo e che mafiosi di rango, “uomini d’onore” di primo livello, potessero collaborare con i giudici.

Fa riflettere che suo padre e Falcone furono attaccati in maniera violentissima da coloro che successivamente si proclamarono loro eredi.
Nessuno può dimenticare gli attacchi a Falcone quando venne chiamato dal ministro Claudio Martelli a collaborare con lui al Ministero della Giustizia e si propose di creare la Direzione nazionale antimafia, per la cui guida era il candidato più accreditato. E non si possono dimenticare le polemiche che investirono mio padre poco tempo dopo la sua nomina a procuratore di Marsala.

Suo padre era iscritto a Magistratura Indipendente, la corrente di destra delle toghe. Cosa è stato l’associazionismo giudiziario?
Mio padre ha vissuto l’associazionismo senza alcuna finalità carrieristica e non chiese mai di essere candidato al Csm. Se avesse accettato la candidatura sarebbe stato certamente eletto.

Adesso si fanno carte false per andare al Csm o per avere incarichi.
Mio padre rimase coerente. Quando, dopo la morte di Falcone gli fu proposto di candidarsi per l’incarico di procuratore nazionale antimafia, rifiutò di farlo.

Una persona di altra epoca e con un stile difficilmente conciliabile con il “Sistema” descritto da Luca Palamara e fatto di magistrati chattatori.
Già.

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