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Il Pd e le donne: il Maschilismo di Musumeci ha fatto il suo tempo

Le contraddizioni di un partito che ha fatto della battaglia di genere il suo forte. Si facesse alla Berlusconi maniera dice Lia Quartapelle.

di Paolo Mandarà – Buttanissima Sicilia

L’attesa sta per finire: domani il Tar si pronuncia sul ricorso del Pd siciliano contro l’assenza di donne nella giunta di Nello Musumeci. Una decisione che potrebbe coincidere con la nascita della squadra di sottogoverno di Mario Draghi, dove i ‘dem’ avranno sette posti garantiti e dovranno indicare almeno quattro donne (se non cinque) per rimediare alla figuraccia di qualche settimana fa, quando il segretario Nicola Zingaretti – per non incrinare gli equilibri fra correnti – scelse tre ministri uomini.

Vengono a galla, così, le contraddizioni di un partito che fa della battaglia di genere, almeno in Sicilia, il suo piatto forte. Ma che a Roma si rivela peggio di tutti gli altri, come è emerso da una dichiarazione della deputata Lia Quartapelle, alla vigilia del giuramento del nuovo esecutivo: “Se ci fossimo comportati come Forza Italia, oggi avremmo un governo con dieci donne ministre (invece sono otto)”. Ergo, è stato più bravo Berlusconi.

Al di là della solita retorica sul tema – che andrebbero valutate, cioè, le competenze e non il sesso: ma è possibile che questa scrematura avvenga solo per le donne e mai per gli uomini? – qui la questione è tutta interna al Partito Democratico, che in queste ore si dimena per trovare una quadra almeno sui sottosegretari. Mentre a Palermo, occupando l’altra parte della barricata (nel ruolo di opposizione), è stato più facile muoversi in antitesi alle scelte, di per sé discutibili, del governatore. Con il turnover dentro Forza Italia e l’addio di Bernadette Grasso, Musumeci ha offerto a dem e Cinque Stelle un tema troppo facile su cui fiondarsi. I grillini, però, all’indomani dalla nomina di un uomo (un altro) come capogruppo e della polemica interna della deputata José Marano, hanno dovuto abbassare i toni. Il Pd no. E dopo qualche mugugno, hanno scelto la strada delle carte bollate.

Così il 13 gennaio, pochi giorni dopo la nomina di Scilla all’Agricoltura e Zambuto alla Funzione pubblica, si sono rivolti direttamente al Tar, ritenendo “palese la violazione dei principi dell’equilibrio di genere nella partecipazione politica e istituzionale, consacrata nelle disposizioni costituzionali. Sono inoltre stati lesi i diritti e i valori condivisi dai cittadini iscritti al Pd e dei quali il partito è, per espresse disposizioni statutarie, titolare quale soggetto collettivo di tutela e affermazione. Con il ricorso – 32 pagine, predisposto dal professore Antonio Saitta, del foro di Messina – si chiede l’annullamento dei suddetti provvedimenti, la nomina di nuovi assessori di genere femminile in attuazione delle norme costituzionali e sovrastatuali vigenti”, si leggeva in un comunicato. E appresso: “A nostro giudizio il principio di equilibrio di genere, recepito dall’ARS solo con la legge 26/2020 ed in misura inferiore al resto d’Italia, è immediatamente cogente perché applicativo di precise disposizioni costituzionali e internazionali – spiegava l’avvocato Saitta -. Se così non fosse, il rinvio alla prossima legislatura sarebbe palesemente incostituzionale perché non vi possono essere ragioni per ritardarne ancora l’attuazione”.

Il riferimento è alla legge approvata lo scorso giugno, con cui si introduce l’obbligatorietà della presenza di genere pari a un terzo dei componenti della giunta. Peccato che la norma valga solo dalla prossima legislatura. Una soluzione che il Pd – facendo leva, come al solito, sul ruolo d’opposizione – contesta con convinzione, chiedendo al Tar Palermo “di dichiarare subito l’applicabilità delle norme sull’eguaglianza oppure di trasmettere gli atti alla Corte costituzionale per la dichiarazione di incostituzionalità del rinvio alla prossima legislatura, annullando così i decreti del presidente della Regione nella parte in cui ha nominato soltanto assessori di genere maschile”. “Siamo di fronte a un fatto epocale – spiegava Milena Gentile, capo dipartimento alle Pari opportunità -: un partito sta promuovendo questo ricorso per incostituzionalità e illegittimità della giunta monogenere voluta dal presidente Musumeci. Non a caso è il Partito Democratico”.

Trascorre giusto un mese da quelle dichiarazioni e a Roma succede il patatrac. Nella nuova squadra di governo di Mario Draghi, il partito di Zingaretti non indica alcuna donna: al Lavoro va Andrea Orlando, già vicesegretario; alla Difesa, Lorenzo Guerini; alla Cultura, Dario Franceschini. Nella cui corrente milita pure Anthony Barbagallo, segretario regionale del Pd, che giusto un mese prima sbottava contro Musumeci affinché ripristinasse “la legalità anche in seno alla composizione della giunta”, minacciando un’azione legale “a tutela del diritto della parità di genere ma anche dell’immagine della Sicilia compromessa dalla scelta” del governatore. Molti, tuttavia, avevano fatto notare a Barbagallo, e non soltanto a lui, che la deputazione regionale del Partito Democratico è composta da sette uomini e zero donne. Il contingente si è ristretto rispetto al 2017, quando l’unica eletta era risultata Luisa Lantieri, già assessora durante il governo Crocetta, che poi s’è trasferita altrove (a “Ora Sicilia”, stampella di Musumeci). Mentre alle ultime Europee, quando il partito era ancora guidato da Davide Faraone, il Pd è riuscito a far rieleggere soltanto Caterina Chinnici (l’altro siciliano approdato a Bruxelles è stato il medico di Lampedusa, Pietro Bartolo).

L’altra uscente, Michele Giuffrida, non ha riconfermato il proprio seggio e – strano scherzo del destino – è stata assunta da poco nel ruolo di portavoce del presidente della Regione. Da quel Musumeci che non fa spazio alle donne, ma le ritiene un “valore aggiunto, a patto che siano capaci e non solo una presenza legate alla parità di genere”. Il caso è beffardo. Ma oggi la questione resta aperta e si arricchisce di un nuovo spunto. E’ stato il Pd, con quel ricorso pendente al Tar, a spingere il presidente della Regione a mettere mano agli equilibri della giunta, estromettendo l’assessore ai Rifiuti Pierobon. Una situazione da cui Musumeci potrebbe avvantaggiarsi, dato che la nomina – ormai probabile – di Daniela Baglieri, aprirà un canale di comunicazione coi centristi. Un emisfero di cui fanno parte quelli di Italia Viva, una volta più vicini al Pd e oggi, clamorosamente, più vicini al centrodestra. Voleva essere un tentativo per ripristinare i dettami costituzionali, si è trasformata in una prova d’alleanza con vista sulle prossime elezioni.

Ma l’espediente di Musumeci ha avuto un altro effetto: mettere due donne contro. Da un lato Eleonora Lo Curto, capogruppo dell’Udc all’Ars, che pagherà dazio con l’addio di Pierobon: “Non è certo la presenza di una donna sola che potrà riequilibrare la parità di genere – ha detto a Blog Sicilia -. Ci troviamo di fronte ad un ricorso proposto da chi, per parte sua, non indica neanche una donna per il governo Draghi. Non mi risulta che la totale assenza di parità di genere nelle indicazioni del Partito Democratico abbia causato sollevamento popolare o politico alcuno”. Dall’altro Milena Gentile: “È semplicemente pietoso che si continui a far credere che la rimozione dell’assessore Pierobon sia dettata dalla incombente necessità processuale di “fare posto a una donna” in giunta. Questo uso strumentale delle battaglie femministe e del rispetto della Costituzione è gravissimo, è l’ennesima lesione della dignità delle donne”. Uno stratagemma funzionale a un mero calcolo politico. Che nulla aggiunge alla serietà del dibattito e alla battaglia di genere.

Nemmeno da parte del Pd, dove l’incoerenza si sta rivelando insostenibile. Persino un uomo, Matteo Orfini, dopo la nomina dei tre ministri ha spiegato che “il rispetto della parità di genere è un valore fondativo del Pd, non a caso scritto a chiare lettere nel suo statuto. Che venga negato in modo così brutale non è un problema delle donne del Pd. È un problema del Pd. E anche piuttosto grande”. Una negazione di se stessi a cui, poche settimane dopo, i deputati siciliani replicavano con l’approvazione di un emendamento “che prevede la presenza di genere nei Consigli di Amministrazione degli enti e delle società partecipate della Regione. Sono certo – spiegava il capogruppo del Pd all’Ars, Giuseppe Lupo – che la partecipazione delle donne migliorerà la governance degli enti e delle società regionali finalmente anche in Sicilia. Un altro piccolo passo avanti per l’affermazione della parità di genere”. Chissà cosa ne pensano a Roma. E come accoglierebbero Zingaretti e soci l’eventuale vittoria al Tar del Pd siciliano. Come l’ennesimo schiaffo, forse.

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