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Regione Siciliana, bilancio fantasma. Smarrimento e sconforto in Giunta

La regione è in alto mare senza rendiconto e la confusione genera smarrimento. Qualcuno si sveglierà prima o poi?

di Paolo Mandarà – Buttanissima Sicilia

Tecnicamente non esiste un modo per approvare il Bilancio di previsione e la Legge di Stabilità prima del giudizio di parifica della Corte dei Conti: è vietato. Tuttavia, l’Ars potrebbe riuscirci entro il 28 febbraio, termine di scadenza dell’esercizio provvisorio. Il “come” rimane un arcano. I magistrati contabili non hanno ancora fissato una data per l’udienza (prevista, inizialmente, il 29 gennaio), ma la cosa più grave è un’altra: che la giunta, dopo aver ritirato in autotutela il rendiconto 2019 (a seguito della segnalazione di 319 milioni di “residui attivi” non cancellati), non l’ha aggiornato coi dovuti correttivi.

La Regione è senza rendiconto e in altomare.

L’operazione annunciata venerdì scorso dal governo – cioè l’approvazione del ddl Bilancio e della Legge di Stabilità – rischia pertanto di avere poco senso. Fuffa allo stato puro. La “blindatura” dei documenti contabili, che fra oggi e domani dovrebbero varcare il portone dell’Ars, alimenta il giallo. Partiamo dalle poche esternazioni ufficiali: l’assessore Toto Cordaro, la settimana scorsa, ha dichiarato in aula che il Bilancio non si può approvare senza mettere sul piatto la parifica (dagli ultimi rumors, potrebbe emergere un ulteriore disavanzo da 120 milioni che andrebbe ricalibrato). Sacrosanto. Il perché lo stabilisce il comma 787 della legge n.178/2020, che recita: “Nelle more della conclusione del giudizio di parificazione del rendiconto dell’esercizio precedente da parte della Corte dei conti, i consigli regionali e delle province autonome di Trento e di Bolzano approvano la legge di assestamento del bilancio anche sulla base delle risultanze del rendiconto approvato dalla giunta, fermo restando l’obbligo di apportare le eventuali variazioni di  bilancio che si dovessero rendere necessarie a seguito dell’approvazione definitiva del rendiconto dopo la decisione di parificazione”. Ma, sottolinea la norma, “in ogni caso, l’eventuale avanzo di amministrazione libero e quello destinato agli investimenti possono essere applicati al bilancio di previsione solo a seguito dell’approvazione con legge del rendiconto che ne certifica la sussistenza”.

Questo concetto, ripulito dai tecnicismi, è fondamentale. Dice, in pratica, che eventuali leggi di spesa potranno sopraggiungere solo dopo la parificazione dei magistrati contabili. Non prima. L’unica alternativa all’approvazione del Bilancio – è andata scemando proprio ieri l’ipotesi di una Finanziaria ordinamentale, senza leggi di spesa – è quella di prorogare l’esercizio provvisorio, contravvenendo però al punto 4) dell’accordo Stato-Regione. Violarlo non avrebbe effetti sulla spalmatura decennale del deficit (che rimarrebbe in campo). Ma sulla serietà di un governo sì. E anche tanto.

Che l’iter del Bilancio possa concludersi in Assemblea entro il 28 febbraio, comunque, è complicato. I deputati in questi giorni riceveranno il malloppone adottato in giunta, comprensivo di tabelle e allegati. Dovranno studiarlo nelle commissioni di merito e in commissione Bilancio, scrivere gli emendamenti, e incardinarlo per l’aula, dove l’anno scorso la discussione andò avanti per giorni, a cavallo del primo maggio. Ci vuole tempo, ma soprattutto ci vogliono i soldi. E – a scanso di equivoci meglio rafforzare il concetto – non esistono coperture certe finché la Corte dei Conti non farà luce sull’ultimo episodio della saga: il rendiconto 2019 che la giunta non ha più deliberato. Musumeci lo aveva ritirato, adirandosi per un errore da 300 milioni che “assume rilievo sia sul piano amministrativo che politico”. E aveva messo nel mirino un paio di dirigenti generali passati dal dipartimento alla Formazione – dove negli anni si sono accumulati irregolarità per 282 milioni – senza lambire, però, l’assessore al Bilancio, Gaetano Armao, reo di non aver controllato abbastanza.

Tutti rimangono al proprio posto, e fanno i soliti errori. Tanto è sempre colpa di qualcun altro, e la Regione può continuare a galleggiare. Bene così. Nel Bilancio 2021-23 approvato qualche giorno fa dalla giunta – cosa diversa rispetto alla Finanziaria, da cui si capiranno i termini di spesa per l’anno in corso – si parla di “voci di spesa corrente” e “contributi agli investimenti” per 14,8 miliardi. Inoltre si avverte che “attraverso riduzioni di spese ed incremento delle entrate si supera la soglia dei 40 milioni di euro di riduzioni delle uscite, concordata con lo Stato nell’intesa raggiunta il 14 gennaio 2021”. Sono i quaranta milioni della cura dimagrante (da 1,7 miliardi) che Roma ha imposto alla Sicilia dopo decenni di vacche grasse e sprechi inusitati. E che torneranno indietro un po’ per volta: il bisturi è stato applicato a tutti gli assessorati (con sforbiciate del 5%), provocando parecchi musi lunghi. Una nota della Regione specifica, inoltre che è stata “superata la questione delle minori entrate (circa 300 milioni, ndr) rispetto alle previsioni del precedente bilancio, fermo restando che di queste si dovrà tener conto nel negoziato con lo Stato che si è comunque fatto carico della loro integrale copertura. Rispetto allo scorso anno è stata ridotta all’80% l’entità delle risorse bloccate in attesa della definizione di detto negoziato e che ammontano per quest’anno a 65 milioni di euro”.

Come volevasi dimostrare. Non basta l’ultimo accordo. Ne servirà un altro. In cui la Regione chiederà a Roma di allungare la coperta, più di quanto non abbia già fatto, e coprire questi ulteriori 65 milioni. Una storia già vista. Peccato che, stavolta, dall’altra parte del tavolo siederà il professor Mario Draghi (e un Ministro all’Economia che ne ricalcherà i principi). Impegnarsi sulla strada delle riforme, restituire credibilità all’apparato amministrativo, sottostare a regole certe, è la base da cui ripartire. Scrivere i bilanci con trasparenza, è l’altra. Ad oggi non è avvenuto. Tanto che il testo della finanziaria rimane nei cassetti, avvolto dal mistero. Il diktat è quello di fermare le rotative finché non sarà risolto il rebus delle coperture. Un elemento, quest’ultimo, che avrebbe provocato qualche ruggine fra l’assessore e i vertici del dipartimento Finanze.

Fra le pochissime cose che trapelano della manovra prossima ventura, un generico impegno per il sostegno alle imprese, per la tutela ambientale, per la semplificazione delle procedure. O, come suggerisce il comunicato della presidenza, una serie di “interventi per le attività sociali, la cultura, lo sport, il turismo, lo spettacolo. E una specifica iniziativa a sostegno dei piccoli Comuni delle aree interne interessate dallo spopolamento”.

Un’altra certezza è l’esclusione del rifinanziamento del Bonus Sicilia, che nonostante il flop imbarazzante del click day (imputabile a Tim, ma anche all’Arit, la struttura per l’innovazione tecnologica coordinata dall’assessorato all’Economia), è l’unica misura “sbloccata” della Finanziaria di guerra. Qualcuno aveva ipotizzando di replicarla, dando un po’ di ossigeno al mondo della ristorazione, la più colpita, ma il ‘niet’ dai vertici regionali è stato netto. Dovrebbe farsi largo, invece, un tesoretto da 40 milioni, finanziato con fondi Poc, per aiutare lavoratori autonomi e monoreddito, ma anche imprese del terzo settore. Sarebbe l’unico capitolo legato all’emergenza Covid. Altro elemento sub judice: l’utilizzo dei fondi europei. Un vecchio magheggio che si è già rivelato fallimentare, per l’incertezza delle somme (alcune delle quali già impegnate) e la farraginosità delle procedure.

La confusione genera sconforto e smarrimento. E già questo basterebbe per provocare (e invocare, da parte di qualcuno di buona volontà) una profonda riflessione tutti insieme. Magari a Pergusa, come l’altra volta. Ma Musumeci preferisce dedicarsi all’emergenza sanitaria e alla conta dei vaccini, tralasciando il bilancio “fantasma” che pure ammanta le speranze di questa terra. E che la rende vittima della sua politica. Qualcuno si sveglierà prima o poi?

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