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Recovery plan: Duecento firme a favore del “Manifesto del Sud”

Le richieste, nero su bianco, per poter finalmente abbattere il divario tra Nord e Sud. Il primo grande ostacolo? la crisi di governo

di Simona Brandolini – Corriere del Mezzogiorno

È tutt’altro che un cahier de doléances, quanto una puntuale proposta per «ricucire» l’Italia. Che si fonda sull’uso dei fondi in arrivo dall’Ue per una vera «rivoluzione logistica» che accorci le distanze e proietti nel Mediterraneo l’intera Europa. S’intitola «Manifesto per il Sud», in vista del Recovery fund, e ha già raccolto duecento adesioni.

Il comitato promotore è formato dal presidente Svimez, Adriano Giannola, Gerardo Bianco (Animi), Giuseppe De Natale (ex direttore dell’Osservatorio vesuviano oggi all’Ingv), l’ambasciatore Mario Bova, Francesco Venerando Mantegna (Comen), Antonello Fiore (presidente società italiana di geologia ambientale), l’ex presidente della commissione Esteri del Senato, Gian Giacomo Migone, Vittorio Daniele (Università Magna Grecia). Le firme in calce sono di peso e non solo di meridionali, a voler sottolineare l’urgenza e la compattezza sul tema della ricucitura del Paese: dai rettori ed ex rettori Gerardo Canfora (Sannio), Alberto Carotenuto (Parthenope), Fabio Pollice (Salento), Giovanni Puglisi (Enna), Roberto Tottoli (L’Orientale), Giovanni Di Giandomenico (Pegaso), Francesco Profumo (ex Politecnico di Torino, ex presidente del Cnr e ex ministro). Passando per lo storico Giulio Sapelli, Francesco Barbagallo, Silvia Carandini, Cesare De Seta, Ugo Leone, Gabriele Lolli, Andrea Patroni Griffi, Giorgio Ventre.

La premessa del Manifesto-appello al governo è che dei 209 miliardi del Recovery fund destinati all’Italia 111, in base ai parametri europei (coesione, disuguaglianze, sviluppo sostenibile e tecnologico), «sarebbero riconducibili al Sud. Un dato, non una rivendicazione. Una denuncia, che invita a porre fine allo spreco di enormi potenzialità, ad arrestare la disgregazione frutto del crescente divario Nord-Sud e di quello, ancora più allarmante, tra Italia ed Europa». Il doppio divario per dirla con Svimez. Ma dicevamo, questa è la premessa per chiedere che (in quota ben superiore al 50 per cento) le risorse vadano utilizzate per far crescere il Mezzogiorno. Prioritariamente per colmare il «crescente divario infrastrutturale» e quindi investimenti su reti ferroviarie veloci, porti e autostrade del mare, strade. «Le infrastrutture — scrivono — siano funzionali alla rigenerazione urbana, alla mitigazione dei rischi (cominciando da quello vulcanico, sismico e idrogeologico)». Perché? «L’imperdonabile miopia — si legge sempre nel manifesto — che ha determinato, con la ghettizzazione del Mezzogiorno, la dissipazione della rendita mediterranea, pone l’assoluta priorità al Recovery plan di avviare la necessaria integrazione logistica per fruire appieno della rendita posizionale del Mediterraneo». Insomma per i sottoscrittori bisogna innescare una «rivoluzione logistica» che riposizioni l’intera Europa nel Mediterraneo. E quindi le grandi opere strategiche da realizzare: la Tav Salerno-Reggio Calabria, la Tac-Tav Napoli-Bari, funzionale alle Zes dei porti di Napoli, Bari, Taranto, Gioia Tauro che, al contempo, recupera Irpinia, Sannio e Murge «dalla marginalità delle aree interne». La messa a sistema delle Zes contribuisce a completare le grandi direttrici d’Europa, «mentre l’attivazione delle linee Tirrenica ed Adriatica di autostrade del mare integra Nord e Sud in un sistema logistico mediterraneo, sostenibile e multimodale, che offre all’Europa un inedito, indispensabile Southern Range. Che segna la rinascita del Sud come secondo motore del Paese». I sottoscrittori chiedono al governo «di far proprie le priorità esposte e di onorarle per le evidenze che la ragione impone, con l’urgenza che la situazione comanda». Un «Fate presto» corale che cozza con la crisi di governo degli ultimi giorni e con l’incertezza che si para davanti.

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