Italia

Il Titanic Italia: Draghi potrà salvarci dall’affondare?

I politici dovrebbero capire qual è l’interesse nazionale e affidarsi nelle mani dell’uomo europeo più conosciuto e stimato nel mondo

di Roberto Napoletano – Il Quotidiano del Sud

LA NOTTE italiana. Siamo alla crisi sistemica. Perché ognuno dà il suo contributo. Una politica di governo in frantumi che non riesce nemmeno a mettere insieme i suoi cocci. Penose miserie.

Una politica di opposizione che può passare alla storia per la foto davanti allo specchio di Giorgia Meloni con Matteo Salvini alle sue spalle riflesso nello stesso specchio che sono insieme il quadro d’autore della condanna sovranista di una destra italiana incapace di mettere per una volta l’interesse degli italiani davanti all’interesse effimero dei sondaggi elettorali.

Un livello di informazione televisiva che assomiglia in tutto e per tutto al canale della tv pubblica greca chiuso dalla sera alla mattina quando il Paese ha perso di fatto la sua sovranità. Siamo davanti a qualcosa di profondamente patologico che è parte integrante della malattia italiana perché dà il suo contributo da coprotagonista a una politica ridotta a un genere di intrattenimento al pari del calcio e del gossip da mettere nel palinsesto tra una trasmissione sulla cucina e una fiction.

Anche qui siamo davanti alla medesima compagnia di giro autoreferente che non è riuscita a discutere mai della caduta verticale di reputazione sui mercati del Paese e della perdita consolidata della sovranità nella gestione strutturale del suo gigantesco debito pubblico.

Ovviamente ancora meno di investimenti pubblici, di macchina amministrativa centrale e regionale inceppate, delle due Italie che decadono insieme divisivamente senza neppure parlarsi, di una atomica situazione di emergenza sociale e lavorativa. Tutte situazioni reali ignorate che non possono neppure più tollerare il teatrino quotidiano dove la politica più screditata e il giornalismo da fotoromanzo che la immola e la esalta la fanno insieme da padroni. Siamo, come diciamo inascoltati da settimane, al Titanic Italia.

Come omettere in questo quadro la crisi reputazionale, anche questa senza precedenti, che riguarda il sistema giudiziario italiano?

Come non prendere atto di un numero impressionante di struzzi che nascondono la testa sotto la sabbia per non misurarsi pubblicamente sulle proprie responsabilità e sui propri meriti e che come minimo disorienta e che come massimo alimenta una sfiducia generalizzata che mina dalle fondamenta la tenuta democratica di quella che fu una delle potenze economiche mondiali?

La notte italiana, purtroppo, non finisce qui. C’è un tema istituzionale lacerante che condanna da almeno venti anni il Paese alla sua inarrestabile caduta competitiva che nasce e muore con il filo spinato del federalismo italiano della irresponsabilità con il quale la più miope classe politica regionale del Nord – destra leghista e sinistra padronale stanno saldamente insieme – ha protetto il più clamoroso furto di spesa pubblica sociale e infrastrutturale alle popolazioni meridionali.

Di fronte a questa vergogna civile prima ancora che economica e sociale vige il silenzio complice di troppi che questo giornale ha rotto con la forza dei numeri di un’operazione verità che ha le sue fondamenta nel lavoro scrupoloso delle principali istituzioni economiche, statistiche e contabili della Repubblica italiana. Non è bastato questo lavoro giornalistico consacrato nella sede più alta della democrazia che è il Parlamento dalla Commissione di indagine aperta e presieduta da Carla Ruocco per rompere il velo delle pelose ipocrisie italiane che condannano il Nord a un destino di colonia franco-tedesca e il Sud a una deriva dalla soglia della povertà a quella della sottopovertà.

Un suicidio nazionale per la evidente incapacità di fare i conti con la realtà che dovrebbe spingere Nord e Sud del Paese a marciare insieme e cogliere insieme l’ultima occasione che ci viene data da un’Europa nuova infinitamente più lungimirante e solidale di un’Italia vecchia e divisa che marcisce senza coscienza nel suo avvilente reticolo di interessi particolari. Che cosa ci vuole a capire che gli investimenti pubblici a fini produttivi devono andare al Sud e devono essere finanziati con la parte a fondo perduto del Recovery Plan europeo che ci viene data proprio per attuare la convergenza e, cioè, il riequilibrio territoriale?

Che cosa impedisce di cogliere l’estrema opportunità di dare finalmente al Nord produttivo – che non ha nulla a che vedere con i suoi carrozzoni regionali e i loro mandarinati politici – l’altro pezzo strategico del Recovery Plan europeo per finanziare la crescita dimensionale delle sue imprese e una rete nazionale (da Nord a Sud) e globale che metta insieme le intelligenze, il capitale umano diffuso, la qualità dei suoi prodotti, e torni a investire sulla ricerca di base e di precisione come sapemmo fare meglio di tutti negli anni del miracolo economico italiano dopo il secondo dopoguerra? Quale vuoto di cuore e di competenza può avere consentito alla classe di governo di oggi di questo Paese di unirsi a quella che la ha preceduto negli ultimi venti anni senza mai sporcarsi le mani con le riforme della pubblica amministrazione e della giustizia senza le quali nessuna ripartenza è nemmeno concepibile?

Come è possibile che nulla sia successo perfino nei giorni terribili della pandemia con il suo carico quotidiano di morti e del nuovo ’29 mondiale addirittura in presenza di un’Europa che per la prima volta decide di fare debito comune per finanziare essenzialmente le riforme di struttura italiana? Non capiamo. Non sentiamo. Non siamo capaci di fare ciò che nemmeno capiamo. Siamo alla notte italiana del più bieco trasformismo di un Paese senza valori e senza morale.

Per tutta la giornata di ieri non ho fatto altro che pensare al novembre del 2011 quando dirigevo il Sole 24 ore e feci un titolo a caratteri cubitali FATE PRESTO perché erano in gioco il lavoro e il risparmio degli italiani per più di una generazione e il nostro Paese era alle prese con il primo Cigno nero della sua storia economica, portato in “dote” dalla crisi di credibilità e dalle divisioni del governo Berlusconi, ma ancora di più dalla crisi del debito sovrano greco non capita e mal gestita e dai giochetti libici e finanziari dei cugini francesi. Qualcosa che ha determinato, in casa nostra, una delle più clamorose fughe di cervelli conosciute da un Paese dell’Occidente e danni superiori a quelli di una terza guerra mondiale persa.

Senza l’atto risolutore del Cavaliere bianco, il presidente della Bce dell’epoca Mario Draghi, e il suo celebre whatever it takes, la mossa giusta nel momento politicamente perfetto – che è la prima qualità richiesta a un banchiere centrale – e il suo “coraggio americano” consegnato alla storia, non ne saremmo mai usciti. In quella circostanza, però, nonostante il primo Cigno nero italiano della nostra storia economica, gli italiani non persero mai del tutto la fiducia di venirne fuori in quanto erano sicuri che Berlusconi, nonostante il Bungabunga, non ci avrebbe fatto fallire perché è un imprenditore e se fallisce l’Italia falliscono anche le sue aziende.

Così fu: il giorno prima del crack il Cavaliere si fece da parte e collaborò con Monti, fu durissima in quella temperia ma ne uscimmo vivi fino all’atto risolutore del Cavaliere bianco, Mario Draghi, il “coraggio americano” del primo banchiere centrale europeo e un posto nella storia per avere sbarrato la strada alla speculazione senza cacciare un euro con il famoso whatever it takes. La forza lucida di mettere in riga con il consenso di tutti il governatore della Bundesbank Jens Weidmann. In assoluta solitudine il presidente della Banca Centrale Europea dell’epoca, Mario Draghi, fece le mosse giuste nel momento “politicamente” giusto e usò pesantemente la leva monetaria. Agì dentro i suoi poteri, con l’abilità e il fiuto dei grandi banchieri centrali, esercitando di fatto una “supplenza politica” che farà dire a Larry Summers, uno dei più stimati ex ministri del Tesoro americani, che Draghi è il più grande banchiere centrale del mondo degli ultimi 35 anni perché ha salvato l’eurozona, praticamente da solo contro tutti. Tutto ciò appartiene alla storia.

In questo Paese, spiace davvero molto dirlo, all’altezza di quella storia che non salvò l’Italia ma l’euro e l’Europa e che, come effetto indotto, ha impedito che l’Italia diventasse la nuova Grecia o la nuova Argentina, c’è rimasto il punto fermo della personalità, della condotta e dell’opera di un Capo dello Stato, Sergio Mattarella, che è il tutore per il mondo della credibilità di questo Paese e ha la riconoscenza degli italiani per la limpidezza dei suoi comportamenti. Nessuno avrebbe potuto mai credere di arrivare a questo punto di sfarinamento costitutivo di una politica italiana che non ha più i partiti ma va a braccetto con il talk permanente italiano che anche di fronte allo sfascio totale non sa uscire dal politichese che nasconde la bancarotta economica e civile italiana di cui non è in grado di informare i telespettatori.

Per cui si continua a chiedere se è rimasta solo la destra, che cosa farà Italia Viva, e ovviamente non rinuncia a raccontare dell’ultima scissione dell’ultimo atomo della vergogna. Non abbiamo voglia di tirarla lunga: se gli uomini della politichetta italiana si permettono di fare cadere nel vuoto l’appello del presidente della Repubblica e di ricominciare il solito teatrino è bene che prendano un biglietto di andata fuori dall’Italia senza ritorno. Perché se c’è in questo Paese una persona capace di realizzare la missione impossibile di cui abbiamo bisogno quest’uomo si chiama Mario Draghi. Siamo di fronte alla pandemia globale e al nuovo ’29 mondiale, anche se tutti hanno fatto finta di ignorarlo questa è la realtà.

Come scrissi nel novembre del 2011 ripeto oggi che la politica deve capire qual è l’interesse nazionale e deve affidarsi nelle mani dell’uomo europeo più conosciuto e stimato nel mondo. È lo statista italiano Mario Draghi per meriti acquisiti e fatti realizzati. Saprà fare intorno a lui la squadra che questo Paese merita e tornerà la politica con la P maiuscola. Quella del trentino De Gasperi. Della sua coerenza meridionalista e del miracolo economico italiano. Noi ci crediamo.

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