giuseppe conte

Le paure di Conte … che non vuol salire al Colle

di Luca Sablone – Il Giornale

Un giorno o poco più per sciogliere gli ultimi nodi e decidere sul da farsi. Giuseppe Conte non può stare con le mani in mano ed è stato sollecitato ad accelerare l’operazione responsabili per stabilizzare la situazione ed evitare di vivere perennemente con l’acqua alla gola il resto dell’esperienza giallorossa.

Ma proprio perché i numeri sono risicatissimi al premier è stato avanzato più di una volta, specialmente in questo fine settimana, un consiglio ben preciso: dimissioni prima di dare vita a un Conte-ter. Un’opzione che potrebbe essere utile per allargare la maggioranza e sbarazzarsi del pallottoliere, a cui invece bisognerà fare affidamento in occasione di ogni passaggio parlamentare se le circostanze non cambiassero. La risposta del presidente del Consiglio però, almeno per il momento, è stata altrettanto chiara: “Non ne ho alcuna intenzione”.

Movimento 5 Stelle e Partito democratico spingono per la salita al Quirinale al fine di evitare una catastrofe al Senato, dove i numeri sono ballerini e il governo può andare a sbattere sulla relazione del ministro Alfonso Bonafede sulla giustizia. A testimonianza della fragilità della accozzaglia di palazzo vi è il fatto che alcuni responsabili che la scorsa settimana hanno votato la fiducia all’avvocato hanno annunciato la propria contrarietà sul Guardasigilli. E se la maggioranza dovesse andare sotto, a Giuseppi non resterebbe altro che dimettersi: a quel punto il Colle gli potrebbe concedere 3 giorni di tempo per rafforzare la squadra. Un passaggio che tuttavia potrebbe essere anticipato qualora le forze che lo sostengono lo riuscissero a convincere a fare un momentaneo passo indietro.

I dubbi di Conte
C’è comunque da segnalare che Conte – visti i pochissimi frutti raccolti dopo l’appello rivolto alle forze popolari, socialiste, europeiste e anti-sovraniste – avrebbe messo sul tavolo l’ipotesi delle dimissioni. Anche se, va detto, sono molteplici i dubbi che frenano la percorrenza di questa strada. Come riportato dal Corriere della Sera, il timore maggiore è che possa uscirne con le ossa rotte: “E se vado al Colle da Papa e ne esco cardinale?”. I giallorossi continuano a ribadirgli massima fiducia, assicurandogli che dopo di lui ci sarà solo un ter. Nel frattempo temporeggia. Lo fa da troppo tempo. Non ha ben compreso che gli italiani stanno nutrendo più di qualche perplessità sulla sua strategia attendista. “Come mai ancora va a dimettersi?”, ci si chiede effettivamente.

Alla base dei suoi tentennamenti vi è lo spettro di non essere reincaricato: “E se poi tutto sfugge di mano, e se le pretese dei partiti diventano ingestibili?”. Eppure in questi giorni aveva aperto alle dimissioni, fissando però un paletto imprescindibile: un patto di ferro tra gli alleati per garantirgli la permanenza a Palazzo Chigi dopo il passaggio dal Quirinale. Un accordo politico che non è stato siglato e che quindi fa cadere ogni certezza.

Come si arriva al ter
Deve sbrigarsi. Il tempo scorre e i margini si fanno sempre più stretti. A Palazzo Madama un gruppo di costruttori sarebbe già pronto, ma per nascere si dovrà arrivare alle dimissioni di Conte per poi formare un nuovo esecutivo. La giornata di domani, martedì 26 gennaio, potrebbe essere decisiva: non è da escludere che possa presentarsi dimissionario dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Con questa mossa salterebbe il voto su Bonafede, evitando sgambetti e ulteriori conferme di instabilità. Il fattore chiave che potrebbe convincerlo al passo di lato è la convinzione che, si legge su La Repubblica, non si possono in alcun modo fallire le “scelte di grande rilevanza politica che richiedono forte assunzione di responsabilità”.

Già ieri a Conte erano arrivati appelli alle dimissioni prima di formare il ter. Bruno Tabacci di Centro democratico gli ha suggerito un gesto di chiarezza: “Dimettersi per formare un nuovo governo. E se non ci riesce, si va al voto. Per vincere. Ora tutti devono assumersi le proprie responsabilità. Ma l’impressione è che si rotoli in fretta verso le elezioni”. Sulla stessa scia Pier Ferdinando Casini: “Conte dovrebbe andare al Quirinale e dimettersi. Aprire la strada per essere reincaricato. Recuperare il dialogo con Renzi e mettere nel dimenticatoio i personalismi”. Giuseppi metterà finalmente da parte l’orgoglio e consegnerà la palla in mano al capo dello Stato? Per scoprirlo non ci resta che aspettare il giorno della verità.

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