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“Rosso di mattina, brutto tempo si avvicina”. Sicilia: “record” di contagi

La colpa sarebbe dei Siciliani, così scaricano il proverbiale barile Musumeci e Orlando, mentre regole e provvedimenti continuano a cambiare

di Paolo Mandarà – Buttanissima Sicilia

I segnali sono sempre gli stessi, e si ripetono.

Prima la chiusura del reparto di Ginecologia e Ostetricia all’ospedale “Cervello” di Palermo; poi, la lenta, graduale e inesorabile conversione del Pronto soccorso del “Civico” in Pronto soccorso Covid. Segno che la situazione sta progressivamente peggiorando. La Sicilia e Palermo sono a un passo dalla “zona rossa”. Il sindaco Leoluca Orlando, abbracciando la versione più catastrofista, ha detto che siamo “sull’orlo di un abisso”. Musumeci si è affrettato a presentare istanza al governo nazionale, altrimenti “procederò con mia ordinanza ad applicare le limitazioni previste per le “zone rosse” in tutte le aree regionali a maggiore incidenza di contagio”. Il destino è segnato.

In questo quadro di per sé allarmante e allarmistico, politici e addetti ai lavori non mancano di ripetere che è tutta colpa dei cittadini indisciplinati, dei cenoni di Capodanno con 30 o 40 persone. L’hanno evidenziato Orlando e Musumeci, l’ha ribadito persino Renato Costa, commissario per l’emergenza in provincia di Palermo. Trovano sempre qualcuno su cui scaricare la colpa. Ma non si rendono conto, non abbastanza, che a pagare questa immane disgrazia sono proprio loro: i palermitani, i siciliani, che al netto di frange poco rispettose, e degli spostamenti necessari per andare al lavoro, al supermercato o in farmacia, negli ultimi dieci mesi hanno limitato i contatti in maniera quasi commovente.

Non basta, evidentemente, chiudere locali e attività per guadagnarsi la fiducia dei nostri governanti. Che infatti reclamano ulteriori restrizioni. Beh, le avranno. Ciò che mancherà, a posteriori, è un esame attento delle misure applicate fin qui. Sbagliate, totalmente. Altrimenti la Sicilia non sarebbe tutti i giorni un bollettino da guerra: fra martedì e ieri ci siamo mantenuti sulla soglia dei 2 mila “nuovi positivi”, per di più con il numero dei tamponi (molecolari) che è un terzo rispetto a quelli della Lombardia, l’altra regione in predicato di sigillare i confini.

Nessuno, però, accenna più al tracciamento sbilenco della Regione, ossia il criterio utilizzato a novembre dall’Istituto superiore di sanità (relativo alla ricostruzione della catena dei contatti del soggetto positivo) per spedirci in “zona arancione”, con le accuse di complotto da parte di Musumeci. No. Ora è di nuovo colpa dei cenoni, così come in estate delle gite al mare. La fondazione Gimbe, il cui presidente è il palermitano Nino Cartabellotta, ha fatto rilevare come in Sicilia, nella settimana 6-12 gennaio, ci siano stati 881 casi positivi per 100 mila abitanti. E’ un numero esorbitante se pensate che Palazzo Chigi pensava di inserire il parametro dei 250 su 100 mila per far scattare la “zona rossa” (in Sicilia ci sarebbero una sessantina di comuni sopra soglia). Molti governatori hanno detto “no”.

A determinare le nuove restrizioni, invece, saranno due indicatori. Il primo è un classico: l’indice Rt. Cioè il tasso di contagiosità. Il numero di persone che un positivo “riesce” a contagiare: in Sicilia il valore attuale oscilla fra 1,40 e 1,42, ben al di sopra della soglia di 1,25, che determina il rosso. E poi la classificazione del rischio: in Sicilia è passata da “moderata” ad “alta”. Praticamente non abbiamo scampo. A questo si aggiunge un altissimo tasso di positività (cioè il rapporto fra test effettuati e casi positivi), che secondo i dati ufficiali, questa settimana, si è mantenuto fra il 18 e il 20% (la fondazione Gimbe, addirittura, ci affibbia il 29,9%). Oltre alla saturazione degli ospedali, che fra l’altro è il nostro parametro migliore: sono 208 i posti di terapia intensiva occupati, sotto la soglia del 30%. I posti letto preoccupano ma fino a un certo punto. Il sindaco di Catania Salvo Pogliese ha parlato di situazione sotto controllo, mentre l’assessore alla Salute, Ruggero Razza, ha spiegato che “stiamo valutando se potenziare qualcosa rispetto al piano del 30 novembre, aggiungendo nuovi posti. Sicuramente bisogna mettere in atto tutte le misure per evitare ulteriori chiusure più avanti”. Erano previsti, a regime, 416 posti letto di Rianimazione per pazienti Covid. Circa 2.500 compresi quelli di area medica.

La situazione ospedaliera non è ancora sotto stress, ma per evitare spiacevoli complicazioni – Musumeci ha ribadito che “c’è stata una recrudescenza a causa della mancanza di disciplina durante le feste” e che “ne pagheremo le conseguenze nei prossimi otto-dieci giorni” – la Sicilia sarà decretata “zona rossa”. Non solo i comuni che vivono già blindati da giorni – tra cui Gela e Messina – o quelli che l’hanno espressamente richiesta (Palermo), ma tutti quanti. Lombardia e Sicilia potrebbero essere le prime due regioni a sperimentare il mini-lockdown nel corso di questa terza ondata (si spera, l’ultima). Questo comporta alcune conseguenze che incidono sulle libertà individuale: per uscire di casa, ad esempio, bisognerà avere con sé l’autocertificazione e motivare lo spostamento con motivi di lavoro, salute e necessità o per far rientro alla propria residenza, domicilio o abitazione o, ancora, per ricongiungersi al proprio partner.

Come nel periodo natalizio – questa deroga sarà estesa anche a zone gialle o arancioni – ci si potrà spostare per fare visita ai parenti: ma una sola volta al giorno, e massimo due persone per volta (più gli eventuali minori di 14 anni al seguito). Non ci saranno altri “sfarzi”: in zona rossa, infatti, rimarranno chiuse tutte le attività commerciali non ritenute essenziali: bar e ristoranti (che potranno continuare a lavorare con il servizio a domicilio, e con l’asporto fino alle 18), ma anche negozi di ogni genere. Sarà come ripiombare nelle tenebre di marzo. Fanno eccezione ovviamente gli alimentari, le farmacie, ma anche librerie, negozi di intimo e di sport, cartolerie, negozi di giocattoli e ferramenta. Restano aperti anche barbieri e parrucchieri, per assicurare la cura e l’igiene del corpo. Chiusi, invece, cinema e musei (quest’ultimi riapriranno in zona gialla e solo nei giorni feriali). Subirà (altre) modifiche anche la scuola: da protocollo nazionale, infatti, si svolgeranno in presenza scuole dell’infanzia, elementari e prime medie. Per tutti gli altri è prevista la temutissima Dad.

In Sicilia, per la verità, Musumeci e Lagalla si erano già portati avanti, decidendo di riaprire soltanto gli asili, e rinviare al 18 gennaio il ritorno in classe degli studenti di elementari e medie (e il primo febbraio quelli delle superiori). Un paio di giorni fa il presidente della Regione ha detto che lunedì prossimo – quando gli alunni dovrebbero già essere tornati in classe – verranno prese altre decisioni. Nel frattempo, come determinato da una comunicazione della dottoressa Di Liberti, dirigente del dipartimento regionale delle Attività sanitarie e dell’Osservatorio epidemiologico, “i direttori delle Asp territorialmente competenti dovranno prevedere attività di screening dedicate a favore degli alunni e dei docenti afferenti alle scuole primarie e secondarie di primo grado. La predetta organizzazione dovrà essere effettuata a decorrere dal 14 gennaio fino al 17 gennaio”.

Le decisioni, comunque, dovrebbero maturare prima di domenica. Al Dpcm del governo nazionale, che entrerà in vigore da domani, e all’individuazione della fascia di rischio, seguirà infatti un’ordinanza del governatore per sancire altre, eventuali restrizioni. Ma quando non ci sarà più nulla da restringere, e in attesa che inizino davvero le vaccinazioni di massa per debellare il “nemico invisibile”, resterà la soluzione di sempre: incolpare qualcun altro. Fino alla fine della pandemia, anche senza cenoni in vista.

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