nello musumeci domenico sanfilippo

Di Paolo Mandarà, buttanissima.it

Nello Musumeci, fermo alla stazione di Ambelia, ha già visto passare troppi treni. La Lega si è appena federata con gli Autonomisti di Raffaele Lombardo, togliendo al presidente della Regione l’ultimo appiglio per costruire un movimento di caratura nazionale. Il Carroccio dei tempi d’oro, quello del Salvini pre-Papeete, che aveva fatto innamorare il colonnello Nello, gli è scivolato dalle mani come una saponetta. Sparito all’orizzonte, nonostante l’invito recapitato di persona personalmente dal “capitano”, la scorsa estate. Musumeci, che aveva corteggiato Salvini ai tempi del Viminale, è rimasto a guardare. Vittima e carnefice di un gruppo dirigente che non si sentiva pronto a stringersi in un patto federativo col “partito del Nord”, e che ai primi segnali di fumo s’è messo di traverso. L’obiettivo era rendere “bellissima” la Sicilia, non voltarle le spalle. Meglio la Meloni.

Anche Fratelli d’Italia, però, è un sogno svanito rapidamente. In particolare, di fronte a una mozione di Raffaele Stancanelli, che fu il solo – al congresso regionale di Diventerà Bellissima, nel febbraio 2019 – a sostenere la necessità di federarsi con un partito nazionale. Tutti gli dissero di “no”, spernacchiandolo, e lui decise di tagliare la corda. Di andare via, per dimostrare che la vecchia fiamma – naturale approdo per chi, come Musumeci, è discepolo di Almirante – era l’unica opzione possibile e futuribile. Altro che “partito del 2-3%” senza prospettiva. L’elezione a Strasburgo dell’ex sindaco di Catania è stata, per Musumeci, uno smacco in piena regola. Una sconfitta della presunzione elevata all’ennesima potenza, che man mano ha logorato i recinti del magico mondo del governatore, rendendo la vittoria del 2017, alle Regionali, sempre più sfumata.

Ai rapporti con Lega e Fratelli d’Italia, che sono andati lentamente a scemare, si unisce il vecchio dualismo con Forza Italia. Col suo alter ego, Gianfranco Miccichè, considerato da sempre ingombrante. Tanto che il presidente dell’Ars, nel corso di questa legislatura, ha dovuto sbottare più volte – sul rimpasto, sul governo dei catanesi, sui cattivi consiglieri di Musumeci, sui suoi rapporti con il parlamento – provocando un lento deterioramento, una disaffezione reciproca, e i soliti sguardi in cagnesco. Un mini aggiustamento alla giunta – ma quando? – non potrà cicatrizzare i rapporti. Miccichè, prima dell’estate, ha dovuto rassicurare il suo rivale sul fatto che non avesse alcun interesse a succedergli o a candidarsi, con un invito a fidarsi più spesso. Per il bene della Sicilia.

Da una prima, rapida lettura di questi fatti inconfutabili, pare che Musumeci abbia fatto terra bruciata intorno a sé. Che abbia utilizzato i voti degli alleati – Diventerà Bellissima ha preso meno del 6% alle Regionali – per abbarbicarsi al potere e non mollarlo più. Il “presidente onesto” avrebbe voluto cambiare la Sicilia da cima a fondo, praticamente da solo. Fin qui ha toppato. E’ stato lui stesso ad ammetterlo, in parte, in una recente intervista a ilSicilia.it: “Di solito un presidente uscente dovrebbe essere ricandidato se non ha commesso indicibili errori, e io di errori ne ho commessi, ma non credo tanti. Però è un tema che in questo momento non mi sento di affrontare. Lo affronterò con i partiti della coalizione”. Gli stessi che in questi tre anni ha tenuto alla larga da palazzo d’Orleans e dalle decisioni collegiali. Un comportamento che ha provocato parecchi dissapori, come espresso pubblicamente, e in più occasioni, anche dal leader centrista Saverio Romano.

Il capitano della squadra non è riuscito a tenerla unita. Anzi, finché all’Ars il gruppo dei grillini non si è sfaldato, parecchie “risoluzioni” di maggioranza – come la legge sui rifiuti – si sono arenate. Segno che la politica si fa “insieme”, mai da soli. Coi compromessi, e non con le prove muscolari. Altrimenti rischi di pagarla alla prima occasione

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