indicatori zone rosse

Ecco gli indicatori che il governo usa per definire le zone rosse e arancioni

da www.ilpost.it

Per stabilire le nuove misure restrittive definite dal nuovo DPCM e provare a contenere il contagio nelle singole regioni verranno utilizzati dati “vecchi”, raccolti venerdì scorso e riferiti alla settimana tra il 19 e il 25 ottobre. La decisione è stata presa dalla cabina di regia dell’emergenza coronavirus. Nella riunione che si è tenuta ieri mattina è emerso che i dati raccolti negli ultimi sette giorni non sono sufficienti a mettere a punto un nuovo monitoraggio e, tra l’altro, è stato rilevato un grave peggioramento nelle comunicazioni da parte delle regioni, che inviano numeri incompleti.

Avere dati affidabili e aggiornati sull’andamento dell’epidemia è essenziale soprattutto per adottare misure «differenziate e ben mirate», nella logica selettiva prospettata ieri dal premier Giuseppe Conte. Non è semplice capire, però, quali siano questi dati, dove vengono raccolti e chi li analizza, e quali sono le soglie di allerta che fanno scattare le misure restrittive a livello nazionale oppure nelle singole regioni. I numeri considerati dal governo non sono solo quelli diffusi tutti i giorni dalla Protezione civile: sono anche altri, e vanno contestualizzati con cura.

In breve, tutti i parametri e i dati sono contenuti in quattro documenti. Il primo è la “road map” per il monitoraggio del rischio sanitario, cioè un protocollo di azioni che scandiscono le fasi dell’epidemia. Poi ci sono i 21 indicatori per il controllo del rischio, cioè i numeri che servono per capire se la situazione è grave oppure no. Il terzo documento ha per titolo “Prevenzione e risposta a Covid-19”, è stato messo a punto a metà ottobre dall’Istituto superiore di sanità e definisce i quattro scenari di allerta e la possibile evoluzione dell’emergenza. E infine i singoli DPCM – come l’ultimo – che traducono gli scenari ricavati dai dati in decisioni operative, come le chiusure di regioni o di settori lavorativi. Più avanti esaminiamo tutto nel dettaglio.

La premessa è che un’epidemia, soprattutto questa epidemia, è un fenomeno complicato da decifrare. Non solo per la politica, come abbiamo visto in tutto il mondo, ma anche per gli epidemiologi più esperti. Un singolo numero non può spiegare cosa sta succedendo, quali sono i problemi e come intervenire. Ecco perché le soluzioni messe in campo sono così articolate.

La road map
Il primo schema che definisce le fasi del monitoraggio del rischio sanitario è stato allegato al DPCM firmato lo scorso 26 aprile e in quel momento era importante per capire quali fossero le condizioni per uscire dal lockdown. A prima vista, e non solo a prima vista, è molto complesso.

Ci sono un inizio – «valutare se sono presenti standard minimi di qualità della sorveglianza epidemiologica» – e una fine, chiamata semplicemente «fine della pandemia», a cui segue una fase chiamata «preparazione» a possibili nuove epidemie. 

La fase 1, ovvero il lockdown, scatta se non vengono rispettati gli standard minimi di sorveglianza epidemiologica, quindi quando il contagio è talmente grave da rendere inefficace il tracciamento con i tamponi. Una condizione che si è verificata sette mesi fa, a marzo, quando è stata decisa la chiusura nazionale.

La fase 2A è una fase di montaggio dell’evoluzione dei trend. Per avviarsi all’uscita dall’emergenza deve esserci un miglioramento di almeno il 60% di una serie di parametri: numero di casi sintomatici notificati per mese in cui è indicata la data di inizio sintomi; numero di casi notificati nel mese con storia del ricovero in ospedale, in reparto oppure in terapia intensiva; numero di casi notificati in cui è riportato il comune di domicilio. Insomma, un calo significativo di nuovi contagi e nuovi ospedalizzati.

L’analisi  di questi dati porta a valutare se «la trasmissione di Covid-19 nella regione è stabile». La stabilità viene verificata in un arco di tempo di 14 giorni attraverso il numero di casi riportati dalla protezione civile, il numero di nuovi focolai e l’indice Rt calcolato dall’Istituto superiore di sanità, cioè l’indice che serve a misurare quanto viene trasmesso il virus e che «rappresenta – per usare la definizione del ministero della Salute – il numero medio delle infezioni prodotte da ciascun individuo infetto dopo l’applicazione delle misure di contenimento dell’epidemia stessa». Quindi è uno strumento molto utile per valutare l’efficacia delle misure restrittive.

In questo punto della road map viene anche introdotta l’opportunità, nel caso i dati evidenziassero un aumento deciso in alcune aree, di «istituire una zona rossa sub regionale». 

Nella fase 2A vengono introdotti altri criteri importanti per verificare un eventuale peggioramento come la verifica di un eventuale sovraccarico dei sistemi sanitari, l’abilità di testare tempestivamente tutti i casi sospetti, la possibilità di garantire le adeguate risorse per contact tracing, isolamento e quarantena. Sono tutti i problemi che l’Italia sta affrontando in questo momento.

Già a fine aprile, insomma, era ben chiaro quali fossero le principali criticità a cui le regioni sarebbero andate incontro senza un’adeguata prevenzione. 

Le ultime due fasi della road map sono la numero 3, che si raggiunge solo con l’arrivo del vaccino o un «accesso diffuso a trattamenti», quindi con un contenimento del contagio senza pressione sugli ospedali. La fase quattro, come già detto, viene chiamata “preparazione” e significa che l’epidemia è alle spalle. 

I 21 indicatori
I 21 indicatori studiati per verificare la gravità dell’epidemia contengono i valori delle soglie d’allerta che devono essere monitorate attraverso la raccolta dei dati a livello locale e nazionale. 

Gli indicatori sono raggruppati in tre ambiti.

Il primo misura la capacità di raccolta dati delle singole regioni. 

Il secondo ambito si riferisce alla capacità di testare tutti i casi sospetti e la possibilità di garantire adeguate risorse per contact tracing, isolamento e quarantena. 

Una delle soglie più importanti riguarda il tempo mediano che trascorre tra l’inizio dei sintomi e la data di isolamento: non deve superare i tre giorni. Sul contact tracing, uno dei problemi più rilevanti di questo autunno, viene chiesta una relazione periodica alle regioni per capire se sono state messe in campo forze adeguate al tracciamento dei casi. Al momento quasi tutte le regioni non sembrano soddisfare questo parametro. Anzi, ormai è chiaro che in molte zone il contact tracing è saltato. Già in questo decreto di sei mesi fa, però, era stato raccomandato di garantire a questo compito «non meno di 1 persona ogni 10.000 abitanti includendo le attività di indagine epidemiologica, il tracciamento dei contatti, il monitoraggio dei quarantenati, l’esecuzione dei tamponi»

Il terzo ambito di indicatori invece contempla soprattutto la tenuta dei servizi sanitari, cioè la pressione sugli ospedali, e il monitoraggio della trasmissione del contagio così come viene osservato tutti i giorni attraverso i dati della Protezione civile. 

L’elenco dei 21 indicatori prevede il monitoraggio di nove parametri tra cui il numero di nuovi focolai, il numero di accessi al pronto soccorso per coronavirus, il tasso di occupazione dei posti letto in terapia intensiva. Tutti i dati raccolti vengono analizzati da due algoritmi di valutazione che a loro volta generano una matrice del rischio, «definito come la combinazione della probabilità e dell’impatto di una minaccia sanitaria». Per semplificare, tutti questi parametri servono per determinare la probabilità di veder peggiorare la situazione sanitaria. Con un impatto alto e un’alta probabilità di peggioramento si va incontro a un rischio definito “molto elevato”.

L’Elenco dei 21 indicatori

1) Numero di casi sintomatici notificati per mese in cui è indicata la data inizio sintomi/totale di casi sintomatici notificati al sistema di sorveglianza nello stesso periodo.

2) Numero di casi notificati per mese con storia di ricovero in ospedale (in reparti diversi dalla TI) in cui è indicata la data di ricovero/totale di casi con storia di ricovero in ospedale (in reparti diversi dalla TI) notificati al sistema di sorveglianza nello stesso periodo.

3) Numero di casi notificati per mese con storia di trasferimento/ricovero in reparto di terapia intensiva (TI) in cui è indicata la data di trasferimento o ricovero in Tl/totale di casi con storia di trasferimento/ricovero in terapia intensiva notificati al sistema di sorveglianza nello stesso periodo.

4) Numero di casi notificati per mese in cui è riportato il comune di domicilio o residenza/totale di casi notificati al sistema di sorveglianza nello stesso periodo.

5) Numero di checklist somministrate settimanalmente a strutture residenziali sociosanitarie (opzionale).

6) Numero di strutture residenziali sociosanitarie rispondenti alla checklist settimanalmente con almeno una criticità riscontrata (opzionale).

7) Percentuale di tamponi positivi escludendo per quanto possibile tutte le attività di screening e il “re-testing” degli stessi soggetti, complessivamente e per macro-setting (territoriale, PS/Ospedale, altro) per mese.

8) Tempo tra data inizio sintomi e data di diagnosi.

9) Tempo tra data inizio sintomi e data di isolamento (opzionale).

10) Numero, tipologia di figure professionali e tempo/persona dedicate in ciascun servizio territoriale al contact-tracìng.

11) Numero, tipologia di figure professionali e tempo/persona dedicate in ciascun servizio territoriale alle attività di prelievo/invio ai laboratori di riferimento e monitoraggio dei contatti stretti e dei casi posti rispettivamente in quarantena e isolamento.

12) Numero di casi confermati di infezione nella regione per cui sia stata effettuata ima regolare indagine epidemiologica con ricerca dei contatti stretti/totale di nuovi casi di infezione confermati.

13) Numero di casi riportati alla Protezione civile negli ultimi 14 giorni.

14) Rt calcolato sulla base della sorveglianza integrata ISS (si utilizzeranno due indicatori, basati su data inizio sintomi e data di ospedalizzazione).

15) Numero di casi riportati alla sorveglianza sentinella COVID-net per settimana (opzionale).

16) Numero di casi per data diagnosi e per data inizio sintomi riportati alla sorveglianza integrata COVID-19 per giorno.

17) Numero di nuovi focolai di trasmissione (2 o più casi epidemiologicamente collegati tra loro o un aumento inatteso nel numero di casi in un tempo e luogo definito).

18) Numero di nuovi casi di infezione confermata da SARS-CoV-2 per Regione non associati a catene di trasmissione note.

19) Numero di accessi al PS con classificazione ICD-9 compatibile con quadri sindromici riconducibili a COVID-19 (opzionale).

20) Tasso di occupazione dei posti letto totali di Terapia Intensiva (codice 49) per pazienti COVID-19.

21) Tasso di occupazione dei posti letto totali di Area Medica per pazienti COVID-19

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